Quando il prete ti entra in casa per la benedizione di Pasqua

Stamattina, sabato, è venuto in casa il mio parroco per la “benedizione delle famiglie”. Eravamo a casa entrambi, io e mia moglie. E a entrambi, mentre si aspettava “il prete”, ci è tornato in mente cos’era questo appuntamento quando, ormai diversi decenni fa, eravamo ragazzi.

A me, in verità, mi è anche balzato il bel ricordo di quant’era divertente, chierichetto, accompagnare “il proposto”, don Luigi, durante la benedizione “delle case” (allora si chiamava così e non c’era verso dire altrimenti): non solo ogni famiglia, pressochè al completo, era ad aspettarci lassù nel paese, in (apparente) gloria, ma tutti facevano a gara (e per noi bambini questo contava parecchio di più) a riempire il prete, ma soprattutto noi chierichetti, di dolci, cioccolatini, caramelle, gomme da masticare.

La benedizione veniva data in ogni stanza (guai – ricordo – a saltarne una) e ogni stanza, nei giorni precedenti, aveva subito le famose “pulizie pasquali”: rimessa linda perchè, che diamine!, doveva venire … il prete. Al limite della superstizione, certo, ma con un senso dell’attesa che oggi, parliamoci francamente, un po’ fa quasi nostalgia.

Raccontava, il mio giovane parroco, quanto oggi sia complesso perfino farsi aprire la porta, trovare le persone in casa, proporre una benedizione con il sottofondo di radio o televisori o telefonini in continuo trillio. E quand’è uscito l’ho sbirciato, dalla finestra, scendere per la via e suonare inutilmente a qualche campanello vicino: non c’era nessuno? Dormivano? Non hanno voluto aprire? Hanno confuso il prete con un venditore di tappeti? Temevano per la privacy? Un po’, confesso, ho provato tristezza.

Magari, fra qualche anno, non vedremo più tonache svolazzanti, a giro per le strade, tentare di suonare un campanello e salire le scale per un semplice e piccolo gesto – la benedizione – che rischia di non comunicare più nulla in un contesto ormai abbondantemente “benedetto” da altri riti, altre storie, altri poteri. E in tantissime parrocchie, ormai, la “benedizione” viene data con altre modalità, magari solo a chi la chiede in modo esplicito, magari perchè il prete è troppo anziano per sobbarcarsi anche una fatica fisica non lieve.

Ma che bello quando un prete entra in casa e scambia anche solo poche parole, prima di farci dire una preghiera. Che bello quando qualcuno ci ricorda, nella nostra vita quotidiana, che il grande mistero della Pasqua merita ancora e meriterà sempre di essere se non altro ascoltato. E poi, magari, accolto …

Chi ha voglia di raccontare le “benedizioni” di tanti anni fa? E di dire qualcosa sul significato delle “benedizioni” in questo anno di grazia 2010 e in questa Italia così confusa?

Annunci
Published in: on 20 febbraio 2010 at 14:42  Comments (4)  

The URI to TrackBack this entry is: https://diocesipistoia.wordpress.com/2010/02/20/quando-il-prete-ti-entra-in-casa-per-la-benedizione-di-pasqua/trackback/

RSS feed for comments on this post.

4 commentiLascia un commento

  1. Credo che le tante porte chiuse siano il frutto della chiusura della Chiesa come istituzione, semplicemente. Non essendo in grado di cogliere (o meglio, non volendo cogliere) i mutamenti della società perché quelle tante porte dovrebbero aprirsi? E il clero, più vicino alla gente, che potere ha di indirizzare i propri anacronistici vertici verso un dialogo più franco, aperto, costruttivo? Forse nessuno, e nemmeno lo si rivendica. Quindi per me nessuna meraviglia, le porte rimarranno sempre più chiuse e le chiese sempre più vuote… Buona Pasqua a tutti.

  2. Se conosco Mauro solo un po’ non credo che il ricordo della benedizione ‘delle case’ andasse oltre cio’ che ha detto: cioè un po’ di nostalgia appunto per gli anni dell’infanzia in cui comunque, indubbiamente, a torto o a ragione, per motivi più o meno validi, certi riti erano ben più partecipati. Io ricordo invece, sempre a San Marcello, altre benedizioni delle famiglie in epoche più recenti quando, con don Cesare, per alcuni anni le famiglie si ritrovavano rione per rione in un’unica casa dove si leggeva la Parola, si pregava, si benediceva secondo il migliore spirito auspicato nei due commenti precedenti…

  3. Non sono particolarmente sensibile alla nostalgia, che anzi ritengo nel nostro ambiente piottosto negativa, soprattutto nella misura in cui essa è inversamente proporzionale all’autentico significato di certi gesti, come nella fattispecie della benedizione delle famiglie. Andrebbe ricordato in primo luogo che tale rito è eminentemente pasquale e non quaresimale: esso è in continuità con la grande veglia pasquale, entro la quale è prevista una liturgia battesimale, con una benedizione dell’acqua che cambia a seconda che ci siano o meno battezzandi. A partire dalla madre di tutte le veglie, in cui ogni anno la chiesa si rinnova, ogni nucleo familiare, come piccola chiesa domestica, fa perciò memoria del proprio battesimo impegnandosi a riscoprirlo e a riviverlo nella ferialità dela vita quotidiana e nella compagnia degli uomini. Questo andrebbe innanzitutto riscoperto, lasciando da parte gli elementi folcloristici, emotivi e talvolta non lontani dalla superstizione. Non ha per esempio nessun senso la benedizione di tutte le stanze in quanto sono le persone e non la casa (che può essere benedetta una volta per tutte quando viene abitata per la prima volta) ad essere oggetto della benedizione. In questa ottica anche il quadretto del prete seguito dai bambini, per quanto simpatico, non ha niente a che fare con la sostanza, ed anzi può fuorviare dalla vera cosa che si dovrebbe accogiere, e che non è mai facile accogliere per quanto si presenti come una buona notizia: l’evangelo della resurrezione di Cristo come principio della fede e di una vita che si rinnova a partire da questa notizia che sconvolge la nostra logica mondana. A partire da ciò si impongono altre due riflessioni: 1)occorre riscoprire la serietà del Battesimo, non come mero segno di appartenenza sociologica o rito dal valore antropologico, ma come sacramento con il quale ci si impegna ad accogliere il vangelo e a viverlo nella sequela di Cristo in una comunità di fratelli che è poi la nuova famiglia da Lui fondata. 2)Se la fede non è un fatto banale e non lo è il battesimo, non c’è da rammaricarsi più di tanto che molti ormai rifiutino o mostrino disinteresse per il rito della benedizione. Questo anzi può essere un elemento di chiarezza che indica alla Chiesa la vastità dell’impegno missionario a cui, anche in Italia, essa è chiamata. Dal punto di vista pastorale aggiungerei: 1) che i ministri della benedizione dovrebbero vivere con la necessaria consapevolezza e calma tale momento, perchè sia un vero momento di incontro e di preghiera, e non una frenetica corsa il cui unico scopo appaia quello di raccogliere fondi per le esigue finanze parrocchiali in cambio di una prestazione di carattere religioso; 2) Se si vogliono incontrare le persone si possono studiare orari e modalità alternative a quelle ordinarie; 3) E’ importante, come ha detto don Simone, coinvolgere la comunità, e non solo per motivi pratici ma perchè è lei nel suo insieme che custodisce e comunica la parola della fede; 4) E’ importante che tale gesto si collochi in un contesto caratterizzato da una vera attenzione all’evangelizzazione ed in cui esistano degli spazi adeguati per dare continuità alla crescita nella fede, soprattutto per coloro per i quali la benedizione ha riacceso un interesse che da tempo era rimasto sopito; 5) E’ bene anche riscoprire il benedizionale e usarlo al posto della formuletta sbrigativa contenuta sul retro dell’immagine sacra che di solito viene lasciata alle famiglie.
    Mi sono anche troppo dilungato e chiedo scusa, ma a volerlo affrontare seriamante questo discorso sarebbe assai ben più lungo ed articolato. Spero che quanto detto aiuti almeno a farsene un’idea.

  4. Beh, è vero che i preti sono sempre meno e che fare il giro delle benedizioni è non soltanto faticoso ma a volte frustrante, credo però che dia a noi preti il polso della situazione, oggi, nella realtà di una fede (e di una Chiesa) che non si esprime più come societas. Ed il fatto di trovare tante porte chiuse deve diventare lo stimolo per ripensare il nostro essere nel mondo, il nostro modo di porre ed esprimere la fede. Non soltanto “nostro” intendendo i preti, ma di tutta comunità dei credenti.
    E se qualche giorno o qualche ora prima a quella porta accanto, prima di suonare il prete, avesse suonato un vicino per ricordare l’appuntamento annuale? e se la benedizione delle famiglie iniziasse a diventare non soltanto un momento nel quale il singolo prete si incontra con la singola famiglia (a dire il vero quasi sempre la singola persona che attende), ma l’opportunità per testimoniare la fede di tutta la comunità cristiana? troppo imbarazzante? inopportuno? sciuperebbe i rapporti di buon vicinato?


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: