Davanti alla tv: cambiare l’Auditel per non scordare di essere cittadini

E’ stata lanciata a Firenze una campagna nazionale per riformare l’Auditel che, come noto, è quel sistema – utilizzato da Rai, da Mediaset e dai pubblicitari – per rilevare la quantità degli ascolti televisivi. Basato su un campione di sole 5 mila famiglie, Auditel registra solo il numero degli apparecchi accesi e non dà certezze su quanti, in effetti, guardano la tv e sui programmi visti.

La “classifica dei vincitori e dei vinti”, cioè dei programmi che il giorno prima sono passati in tv, è definita “viziata” dai promotori di questa iniziativa che chiede (www.riforma-auditel.it) di riformare uno strumento potentissimo (in base ai dati Auditel vengono infatti spartiti fra i canali televisivi i 4.800 miliardi di lire all’anno di entrate pubblicitarie).

Auditel monitora non solo i varietà, ma anche i programmi di informazione giornalistica (compresi i tg): la ricerca esasperata dell’audience è una delle non secondarie cause di un fin troppo evidente appiattimento verso il basso nell’offerta televisiva.

Adesso, con le nuove tecnologie applicate alla televisione, sono possibili metodi alternativi per registrare con precisione non solo la quantità degli spettatori ma anche la qualità dei programmi così come percepita dal pubblico: basti pensare che la tv digitale interattiva permette rilevamenti diretti, senza ricorsi a campionature.

Fra i promotori della riforma di Auditel anche Roberta Gisotti, giornalista di area cattolica e autrice di fondamentali volumi per “capire Auditel” e i suoi meccanismi.

E se davvero, nella nostra tv sia commerciale che di servizio pubblico, terminasse la “dittatura” di Auditel? Se il meccanismo dell’audience non fosse più l’unico criterio per valutare il successo o l’insuccesso di un programma? Se i cittadini, davanti al grande potere televisivo, non fossero visti solo come “consumatori” o carne da macello pronta per essere venduta al mercato pubblicitario? Se i cittadini restassero, appunto, cittadini?

Ragionamenti, questi, dai quali – anche come credenti – non possiamo estraniarci. Ne va di mezzo, ad esempio, la qualità della nostra democrazia.

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Published in: on 14 aprile 2010 at 16:37  Comments (1)  

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  1. Il problema mi sembra ancora più radicale, e riguarda la modalità stessa della pubblicità, indegna di una civiltà che presume di essere evoluta e democratica. Non si vede perchè infatti si debba essere continuamente aggrediti da una serie di cortometraggi, prevalentemente demenziali, che in nessun modo ci informano sulla reale natura dei prodotti proposti alla vendita, sulla loro qualità, sulle modalità della loro produzione in merito all’ambiente, ai diritti dei lavoratori, al rispetto dei diritti umani. Questi cosiddetti “spot” partono dall’esplicito presupposto di catturare, grazie al loro aspetto accattivante o alla notorietà di un determinato personaggio definito “testimonial”, un consenso che non ha nulla a che vedere con la reale qualità del prodotto, che non poggia su nessun presupposto o seria informazione di carattere scientifico, che non facilita nessuna cosciente scelta o valutazione del rapporto qualità prezzo da parte del cittadino. In realtà la pubblicità sancisce solo la libertà da parte di chi vende di fregare -se ci riesce, se ci sa fare- i propri interlocutori, spacciando per informazione un triste teatrino che nessuno ha richiesto. Se mi voglio svagare guardo uno spettacolo, un comico, un film, ascolto della musica. Nessuno ha domandato a chi produce o vende prodotti di farci divertire: a quello ci pensiamo da soli! A loro invece domandiamo, se lo vogliono fare, di darci precise informazioni sui beni e sui servizi che mettono sul mercato. Questo a mio avviso sarebbe degno di una società che si definisce civile e democratica, e permetterebbe realmente l’esercizio di quella cittadinanza e di quella libertà di cui tanti si sciacquano la bocca.
    Per non parlare poi di un aspetto per certi versi ancora più grave al quale i cristiani dovrebbero indubbiamente prestare maggiore attenzione. Noi infatti ci focalizziamo sul messaggio pubblicitario esplicito e siamo, sotto questo aspetto, perlomeno avvertiti di trovarci davanti a un messaggio esagerato, che non può essere preso alla lettera, che ha come unico intento quello di convincerci. Quello che invece spesso ci sfugge, e che rischia perciò di entrare nelle nostre coscienze senza passare attraverso il vaglio di un adeguato esame critico, è il messaggio implicito che ogni spot pubblicitario contiene. Un messaggio che veicola visioni del mondo, valori, ideali di realizzazione; in altre parole: che senso ha la realtà, in che cosa consiste raggiungere la felicità, a cosa devo aspirare, quale famiglia e quale società voglio, che modello di umanità auspico, o quale modello di mascolinità o femminilità devo assumere, cosa è bene e cosa è male, e così via. Ovviamente non è solo la pubblicità a mediare questi messaggi impliciti, ma è fuori dubbio che il loro impatto è estremamente significativo sia per motivi quantitativi, sia per la loro qualità appositamente studiata da fior di professionisti per avere efficacia di penetrazione sul piano psicologico ed emotivo. Così, oltre ad essere inutili sul piano della informazione vera, le pubblicità influiscono pesantemente nel forgiare la mentalità delle persone, contribuendo quanto meno alla formulazione di un unico ed insindacabile dogma, quello consumista, che recita: “sei tanto più felice quanto più e quanto meglio consumi”. I messaggi sono ovviamente pure tanti altri e generalmente sono ben distanti dall’essere in sintonia non solo con i valori cristiani ma anche con le espressioni dei più alti e nobili valori umani. In una società pluralistica si deve accettare che nei media si confrontino visioni diverse del mondo e dei valori, ma ciò deve avvenire secondo modalità appropriate ed in termini culturalmente evoluti e leali. Che una lobbie di economicamente potenti abbia il diritto di farci continuamente il lavaggio del cervello allo scopo di perseguire sempre più efficacemente i loro interessi non lo trovo francamente molto democratico. Allo stesso modo questo spionaggio dell’auditel dimostra come i vari programmi televisivi altro non siano che un pretesto per mascherare una continua aggressione pubblicitaria. Ci siano quindi i prodotti, ci sia il mercato, e si dia la possibilità di premiare i più bravi(non ad ingannare ma a produrre) e i più onesti. Ma iniziamo a pretendere di essere lasciati in pace da queste dannose pubblicità e a non essere trattati come dei deficienti da ingannare ma come dei cittadini che hanno il diritto di sapere.I cristiani, qualsiasi ruolo rivestano, devono contrastare e denunciare questa situazione con molta più forza di quanto abbiano fatto fino ad ora. Se non lo fanno non possono poi stupirsi del degrado morale e culturale dominante e dell’allontanamento progressivo della società dal suo modo di sentire e di intendere la vita.


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