Il banchiere e il vescovo

“Certe decisioni sono comprensibili, ma se il vescovo accorpasse un certo numero di parrocchie noi non ci intrometteremmo”. Così un banchiere, presidente di un gruppo nazionale, in una dichiarazione resa a un quotidiano che chiedeva un commento sulla preoccupazione espressa, a Prato, dal vescovo di quella diocesi in merito alla fusione, per incorporazione, della locale Cassa di Risparmio in un gruppo bancario di maggiori dimensioni. Quello, appunto, presieduto dal banchiere.

Esprimendo quelle preoccupazioni il vescovo non aveva certo invaso spazi altrui, competenze improprie, ma aveva benissimo dato voce ai timori della sua comunità davanti alla perdita di autonomia di una banca che, storicamente, è stata importante per la comunità locale. Per il banchiere, invece,  “non c’è più spazio per i romanticismi perchè dobbiamo pensare all’efficienza”.

La reazione dell’uomo di banca sui timori del vescovo è davvero emblematica rispetto a un atteggiamento molto diffuso: pregate pure, cattolici, nelle vostre chiese e fate pure tutte le riunioni che volete, nelle vostre sacrestie. Ma il resto lasciatelo a noi. Non vi dovete permettere di aprire bocca.

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Published in: on 14 luglio 2010 at 14:07  Comments (3)  

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3 commentiLascia un commento

  1. La provocazione del post è interessante ed insidiosa.

    Parto dall’insidia. L’insidia è quella di partire, dai fatti dell’attualità, al vaglio della magistratura, per sostenere che anche qualcuno, dentro la Chiesa, bada più alle ragioni dell’efficienza che non a quelle della carità; che anche nei suoi vertici siedono uomini più vicini ai banchieri che non ai santi (ammesso che un banchiere non possa essere santo!). Il Vangelo già ci racconta questa storia: i trecento danari dell’olio profumato, i trenta danari di Giuda. Quando si pone mente (anche a fin di bene) più ai danari che non a Gesù, accade sempre il peggio. Ciò non toglie, però, nulla alla Chiesa, non riduce la sua missione, non la induce ad una timida resa. Anzi, la costringe alla purificazione. E l’esempio che sta dando il Papa è eloquente e non ha bisogno di commenti.

    Ma l’osservazione del post è anche di straordinario interesse per compredere lo “stato” dei rapporti fra Chiesa e potere civile. Ci dice, infatti, che una certa mentalità chiede ai cattolici e, in particolare, ai ministri del culto ed ai loro più alti di rappresentanti di ritirarsi in buon ordine dal dibattito civile: forse perchè incompetenti, in materia; forse perchè fastidiosi, con i loro argomenti; forse perchè troppo autorevoli, con la loro storia personale. Intellettuali, giornalisti, politici, pensatori (anche dentro la Chiesa) hanno teorizzato questa “deriva intimista”, inutile negarlo.

    Eppure costoro non si accorgono di un fatto: quando proclamano questa esigenza di silenzio ecclesiale, implicitamente, ne riconoscono l’autorevolezza, la capacità persuasiva, il riferirsi alle corde più profonde dell’uomo ed all’anima delle città, ed hanno paura. Perciò, chiedono silenzio e disimpegno.
    Allora, continuino pure nei loro proclami: motivano ancora di più chi si impegna per realizzare un progetto di umanità e di città cristianamente orientato (e non confessionale).
    Allo stesso tempo, ai nostri Pastori, diciamo: continuate, con caparbietà, convinzione e radicamento del Vangelo, ad offrire nitidi esempi e giusti orientamenti.

  2. Cosa vi credevate? La Chiesa è il regno più potente del mondo, è sempre stata dalla parte del vincitore ed è sempre riuscita a cavarsela in ogni scandalo in cui si è cacciata! Fino ad oggi….

  3. In effetti c’è poco romanticismo anche nello Ior e nella Propaganda Fide


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