Se la moschea di Firenze somiglia a Santa Maria Novella e il minareto si confonde con il campanile di Giotto …

Il primo, inevitabile, gesto del credente è la testimonianza. Che poi può diventare annuncio, dialogo, liberazione. Ma la premessa di tutto è la testimonianza.

Parlando a Pistoia, nel corso di una “Settimana Teologica” dedicata alla Chiesa, il teologo Gianni Colzani ha affrontato il versante – i versanti – del futuro della Chiesa davanti alla crescita delle religioni.

Ha parlato, Colzani, nelle ore dell’enorme clamore mediatico provocato da un oscuro pastore americano che (alla guida di 50 anime !) sosteneva – salvo poi fare marcia indietro, anche dopo la chiarissima reazione vaticana e salvo poi ritornare … ancora indietro – la delirante idea di “bruciare il Corano” sabato prossimo, 11 settembre.

E ha parlato, Colzani, nel giorno in cui Firenze sta dibattendo su una possibile moschea dalle caratteristiche architettoniche molto simili a Santa Maria Novella e con un minareto che dovrebbero essere alto come il campanile di Giotto.

Parole molto belle, da Colzani sul significato di “religioni” e di “salvezza”. Splendida sottolineatura sul fatto che, per noi cristiani, “tutti gli uomini potranno conoscere la verità” perchè “la volontà salvifica di Dio riguarda tutti” in quando è a tutti che Dio dà il dono della Grazia.

E stimolante la considerazione – davvero capace di aprire finestre nuove anche nei rapporti fra “noi” e gli “altri” – che prima dell’annuncio sta, appunto, la testimonianza (anche perchè si è davvero credibili nell’annuncio se siamo, per primi, testimoni di ciò di cui si parla).

Possono, le premesse di Colzani, essere d’aiuto anche sulle questioni “moschea” (a Firenze e altrove)? E cosa dire, ovviamente non della moschea in quanto tale, ma di una moschea disegnata – a Firenze – in quel modo? Possiamo parlarne con serenità e pacatezza?

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L’INUTILE GIGANTE
Alberto Melloni (Corriere Fiorentino, venerdì 10 settembre 2010)

Nell’Europa di oggi le moschee sono il codice delle provocazioni. Da un lato quelle di chi vorrebbe sottoporre la più fine delle libertà, la libertà religiosa, a limitazioni che violerebbero la Costituzione e ciò che vorremmo essere; dall’altro quelle di chi va alla ricerca di ritardi, rinvii, divieti che li facciano apparire come vittime almeno in patrie lontane.

E dietro questo, l’odore dei soldi e l’odore dei consenso che ciascuno va a prendersi là dove può, senza scrupoli e senza senso del futuro, nell’illusione che odiare e farsi odiare siano bazzecole e non la vera atomica che andrebbe limitata nel mondo d’oggi.

Va visto in questo quadro il riaccendersi della polemica sul progetto di una moschea, anzi di una Moscheona, a Firenze. Che paga errori d’altri, in primo luogo quello di Roma. La moschea, infatti, è una sala di culto che non avrebbe per sé nessuna esigenza di magniloquenza. Basta andare in vacanza in un paese islamico per ritrovare nelle piccole moschee di villaggio l’equivalente delle sinagoghe musealizzate e di tante nostre chiese oggi a rischio d’abbandono: luoghi che per dimensione si lasciavano miniare dall’invisibile colore della fede che dà del tu all’Eterno. A Roma, invece, si volle fare una «San Pietro islamica», un gigante disegnato da architetti alla moda, e costruire con gli infiniti fondi forniti dal re saudita Faysal, dinastia wahabita, non certo amati da tutti i musulmani del mondo.

La moschea di Roma iniziò nel 1974 e finì nel 1995. Da allora le città d’Italia avrebbero potuto riflettere su cosa serve ai musulmani che sono capitati qui non per convertire l’Europa ma per cercare il pane, come i nostri nonni delle cento lire. A fedeli musulmani che vanno in moschea (un 5-10% dei totale dei diversi gruppi etnici) sarebbero certo servite delle piccole moschee, per dimensioni simili alle parrocchie.

«Parrocchie islamiche», di dimensioni medio-piccole, che avrebbero garantito l’espressione e la funzione di una vita di fede, permesso lo stabilirsi di dialoghi strutturati con le più antiche comunità di fede ebraica e cristiana, fornito alle autorità ed ai servizi dei punti di riferimento precisi. Invece niente. I sindaci paralizzati dalla temuta insurrezione popolare dei quartieri dove avrebbero dovuto spiegare che mille metri di moschea non fanno male a nessuno e fanno il bene di tutti perché alla libertà religiosa non si deve rinunciare mai. E «la gente», pronta a nascondere sotto il cappotto il proprio puttanesimo in nome di imprecisate radici cristiane, contenta di quella inerzia chiamata per sommo inganno «sicurezza».

Inerzia che lascia campo libero a chi voglia impossessarsi della frustrazione di chi prega in garage (da quanto tempo non si sente di cristiani che pur di pregare attrezzano il garage, a Firenze?) e abbagliarli presentandosi come un eroe. Abbagliarli, in questo caso, col progetto della Moscheona, studiato per essere insensato, nato per non essere realizzato, e destinato nel fallire a lasciar sul campo qualche quintale di detriti d’intolleranza, d’odio, di risentimento. Li si potrebbe spazzar via, questi detriti? Si, certamente: facendo un piano di moschee «parrocchiali», garantendo che nascano con denari trasparentissimi, battendosi perché l’analfabetismo dell’altro che insegniamo nelle scuole venga debellato, perché la «stima» di fede che il Concilio ha indicato ai cristiani diventi carne e sangue delle città. Ma per farlo bisogna pagare un prezzo, tutti: autorità politiche, comunità islamiche, cittadini, opinione pubblica. Non tanto alto, ma un prezzo.

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Published in: on 9 settembre 2010 at 19:10  Comments (4)  

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4 commentiLascia un commento

  1. Ho l’impressione che per affermare la libertà di religione si confondano sia i fatti storici e politici, che le opportune modalità d’integrazione. Dire che le altre religioni oltre al crisianesimo, possono esprimersi liberamente, non vuole dire che come cittadini italiani dobbiamo accettare tutto. Un’architettura -mi riferisco al disegno della moschea di Firenze- che connota un certo periodo storico ed incarna nell’arte l’espressione di un popolo, a mio avviso, non può essere presa a pretesto per mimetizzarsi o se si vuole, integrarsi nella cultura di una città a distanza di centinaia d’anni da quelle realizzazioni. E’ non integrazione, ma manipolazione, perché l’integrazione sul territorio richiederebbe un’espressione artistica nel qui ed ora, una vicinanza fatta con la gente,e con i simboli del qui ed ora.
    Confondere la religione cristiana, attribuendole le stesse caratteristiche politiche e culturali di quella islamica, come sono portati a fare alcuni, mi sembra un errore, alla stessa stregua della realizzazione di una brutta copia del campanile di giotto. in definitiva, mi piacerebbero i distinguo opportuni in ogni espressione, proprio perché nella confusione non c’è correttezza e vero rispetto degli altri, anche quando si usano parole di apertura e proiezioni avveniristiche.

  2. Proprio ieri, 12 settembre, cadeva la festa del Nome di Maria, istituita per commemorare la vittoria dei cristiani conto i Turchi a Vienna.

    Forse pochi sanno che se si suonano le campane tutti i giorni a mezzogiorno è per celebrare la vittoria dei cristiani contro i Turchi a Lepanto, nell’occasione della quale venne istituita la festa di Santa Maria delle Vittorie, trasformata poi, perché non sembri una provocazione contro gli islamici, nella più mite festa della Madonna del Rosario.

    Adesso, in un paese cristiano, si costruiscono moschee. Chissà come ci sarebbero rimasti male, se lo avessero potuto prevedere, quelli che hanno combattuto e, magari, sono morti a Vienna e a Lepanto con l’illusione di salvare la cristianità!!!

    Umberto Pineschi

  3. Condivido totalmente l’articolo di Alberto Melloni e la sua proposta di “parrocchie islamiche” come risposta a un’esigenza di fede praticata, manifestata e incardinata sul territorio.
    Al contrario la politica delle “moscheone” nasconde, a mio avviso, la tentazione di una fede trionfalistica preda della dimensione politica e del confronto-scontro tra civiltà. Noi cattolici abbiamo sperimentato, storicamente, e continuiamo a sperimentare i guasti che il trionfalismo ha podottto e produce.
    L’eventuale moscheona a Firenze mi preoccupa per queto motivo e spostare il dibattito solo sulla dimensione estetica é fuorviante anche se il progetto del Leon Battista Alberti arabo non mi piace. L’utilizzo di stili altrui e il loro mescolamento forse é la cifra di questa società multiculturale e multireligiosa nella quale ci dobbiamo muovere e operare. Fra l’altro, a Grosseto c’é una chiesa parrocchiale (di fronte all’ospedale)che sembra una moschea, il cui campanile, alla prima occhiata, fa venire in mente un minareto.
    Sul fatto di poter costruire una moschea non ci piove sopra: é un diritto prevista dalla nostra costituzione che é ancora in vigore a tutti gli effetti, con buona pace di quel deputato che proprio a Firenze, durante un comizio, espresse il suo dissenso con un gesto frutto della sua cultura umanistica e rinascimentale.

  4. La memoria è molto corta! quante chiese cristiane sono diventate moschee, soprattutto in medioriente. E quanti templi pagani sono diventati cristiani? Contiamoli.

    Vedete questo genere di battute è ciò che rovina la fragilissima convivenza (sinceramente non riconosco più l’italia sotto questo profilo: la richiesta di personale aumenta, però si vuole fermare l’afflusso; forse per far lievitare i prezzi dei servizi!) e l’altrettanto debole pace.
    Invece di chiuderci dovremmo almeno dare uno sguardo d’insieme (il background) e porci le domande giuste.Certo che questi enormi flussi migratori di persone e di merci sono difficili da censire perchè molto rapidi ma bisogna organizzarsi.
    Siamo un po indietro :qualche tempo fa ho visto un servizio di padre Cantalamessa, quando conduceva la striscia del sabato pomeriggio su rai 1, in visita in un paese arabo e li c’era la convivenza normalissima tra le varie confessioni (1 a 0 per i musulmani).
    O anche l’esempio di quel paese nord africano dove si hanno ben 3 giorni di festa settimanali (perfetto ma utopistico).

    Non vedo questo tabù francamente e sinceramente mi meraviglio di chi fa certe affermazioni bombardati come siamo dalla tv (ebbene esiste anche una tv che ci fa conoscere il mondo senza spostarci ed anche internet è una manna dal cielo per questo).
    A proposito gia ho sentito che si vogliono far lavorare insieme persone tamite internet; lo chiamano cervelli in rete.
    Francamente se non smettiamo di spaventarci di fronte alle novità faremo una brutta fine. Saremo una specie in via d’estinzione.
    Per quanto riguarda il pastore evangelico la prima cosa che mi è passata per la mente e di definirlo “terrorista” non è meglio di loro anche se lo avesse solo pensato. E lo stesso vale per il leder iraniano.
    Poi in definitiva sono solo provocazioni mediatiche che purtroppo influenzano i ceti più poveri e disperati.
    A riguardo ho sempre espresso perplessità sulle reazioni dei popoli musulmani in quanto non ricevono tutti i canali , ma solo quelli locali controllati dai regimi locali e molti non hanno neanche la tv (anche in Russia) ecc.

    Sinceramente spero che i musulmani venuti in occidente possano avere la possibilita di aquisire il nostro noau per poi poter tornare in patria e portare ricchezza alla loro gente (forse ci siamo scordati che leonardo ando in medioriente per studiare medicina, idraulica ecc. ecc.). Come si dice tutto il mondo è paese! e forse un giorno queste moschee occidentali diventeranno luoghi di culto cristiani o chissa cos’altro.
    Fatto sta che rimarranno in italia a meno che non li smontino e li riportino a casa loro (come e sempre stato, niente di nuovo sotto il sole).

    Per favore certi commenti li possono fare solo gli alieni, per favore siamo vicini di casa non facciamo finta di non sapere. Mi è piaciuto molto la proposta di non instaurare rapporti economici con i paesi in cui c’è la pena di morte (specialmente per lapidazione, mamma mia se ne parlava nel Vangelo ed è ancora così!) gesto di ricatto ma va bene cosi se il fine è buono ci può anche stare. paolo


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