Essere laici, oggi, in Italia: il campo della politica.

Ai tempi della vecchia DC, qualche “secolo” fa, era chiarissimo chi in ambito istituzionale e politico svolgeva in Italia compiti di mediazione tra la sfera religiosa e quella civile.

Con tutti i limiti di un’esperienza fatta da uomini, era soprattutto il partito “di” cristiani: con un saldo radicamento verso la dottrina sociale della Chiesa e con un senso dello Stato di cui, in seguito, si sono spesso perse le radici finendo per veder rimpianta, quella esperienza, perfino da antichi avversari politici.

In un contesto lontanissimo, oggi la mediazione è affidata ad altri canali. Spesso alla stessa gerarchia, obbligata a spendersi su terreni per definizione scivolosi: con opportunità, ma anche con problemi.

Alla fine della cosiddetta “seconda repubblica“, con uno scenario politico in veloce evoluzione, possibile ipotizzare nuove forme per la presenza – anche organizzata, magari anche solo prepartitica – dei cattolici italiani in politica?

Domanda non secondaria, anche a margine dell’ultima giornata pistoiese (con Serena Noceti) alla Settimama Teologica dedicata, quest’anno, al futuro della Chiesa; un ruolo per il quale molto – ha confermato Noceti – si gioca proprio sul ruolo dei laici.

Che fare?

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Published in: on 11 settembre 2010 at 18:08  Comments (8)  

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  1. Con la Settimana Sociale del prossimo ottobre a Reggio Calabria, la Chiesa suona la sveglia: i cattolici devono ritornare alla politica.

    Non possono restare inerti di fronte alla continua decadenza delle istituzioni, a comportamenti che mettono a rischio la tenuta e perfino le sorti della democrazia, al dilagare di scandali e della corruzione nella pubblica amministrazione che fa perfino impallidire il ricordo di Tangentopoli, negli anni della cosiddetta Prima Repubblica.

    Un quadro desolante, che purtroppo allontana sempre più i cittadini – e soprattutto i giovani, privi di prospettive di lavoro e familiari, quindi di speranze – dalla politica, dai partiti.

    C’è insomma un’emergenza morale, che non può non preoccupare anche la gerarchia ecclesiastica. Ecco perciò l’impegno di dare rapidamente risposte concrete.

    Come non accogliere allora le sollecitazioni venute dalla Settimana Teologica della diocesi pistoiese, voluta da un Pastore sensibile ed aperto come monsignor Mansueto Bianchi; ed il forte richiamo, lanciato proprio in questi giorni, dal presidente della Cet, l’arcivescovo di Firenze monsignor Giuseppe Betori ?

    Le comunità della Toscana devono quindi segnare un svolta, se vogliono rispondere alle sfide che la situazione Italiana, per certi versi complessa e drammatica, pone.

    Devono ritrovare lo slancio, la capacità di elaborazione progettuale (ricordate le riflessioni diocesane in preparazione e sull’onda del convegno promosso e guidato dall’allora segretario dei CEI monsignor Enrico Bartoletti?) che seppero esprimere a cavallo degli anni Settanta, in un periodo di grande travaglio della Chiesa italiana, sia sul piano ecclesiale che su quello politico e sociale.

    Devono ricreare dei ( come lo fu per molti anni il Servizio ecclesiale toscano creato da Padre Reginaldo Santilli e monsignor Gastone Simoni per la formazione delle nuove generazioni di studenti e laureati) luoghi di confronto che sappiano trasmettere i valori che i cattolici impegnati in politica sono chiamati a realizzare; preparando insomma queste nuove leve al difficile compito di mediazione a livello istituzionale o nelle assemblee elettive.

    Momenti educativi che sappiano infondere, con il supporto della fede, lo spirito della testimonianza cristiana, che deve essere alimentato – come avrebbe raccomandato il mio maestro di giornalismo Angelo Narducci, compianto direttore di dal 1969 al 1980 – anche da una buone dose di coraggio.

    Coraggio dinanzi a tante incertezze, a troppe vigliaccherie o prevaricazioni, coraggio nel difendere con intelligenza e passione i principi essenziali di un cristianesimo non formale ma vissuto con esemplare coerenza; coraggio nell’essere senza tentennamenti e senza dubbi con Cristo, con la Chiesa e con il Papa quanto più crescono i dissidi, i contrasti, le disubbidienze orgogliose.

    Coraggio nell’operare per una Chiesa perfetta e unita nell’amore e sempre aperta al dialogo, per confortare nella fede gli umili, rendere forti i deboli, rischiarare gli incerti, avvicinare i lontani.

    Senza questa propulsiva, è difficile iniziare un nuovo cammino, correggere i tanti, troppi difetti della politica italiana.

    Per rinnovare lo Stato c’è necessità di riforme istituzionali incisive e strutturali, di sostanziali cambiamenti non tanto nell’impianto costituzionale creato da uomini come De Gasperi, Lazzati, La Pira, Moro e Fanfani, quanto nel modo di gestire la cosa pubblica.

    Riforme che si potranno realizzare – partendo sì dal Fedaralismo, purchè sia solidale – solo se il cittadino, o meglio: la persona, torna ad essere il protagonista-ispiratore delle scelte politiche di fondo.

    E solo se, attraverso una nuova legge elettorale, si ridà agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, in Parlamento come in Consiglio Regionale.

  2. ESSERE LAICI OGGI IN ITALIA: IL CAMPO DELLA POLITICA
    Con la Settimana Sociale del prossimo ottobre a Reggio Calabria la Chiesa suona la sveglia: i cattolici devono ritornare alla politica. Non possono restare inerti di fronte alla continua decadenza delle istituzioni, a comportamenti che mettono a rischio la tenuta e perfino le sorti della democrazia, al dilagare di scandali e della corruzione nella pubblica amministrazione che fa perfino impallidire il ricordo di Tangentopoli, negli anni della cosiddetta . Un quadro desolante, che purtroppo allontana sempre più i cittadini – e soprattutto i giovani, privi di prospettive di lavoro e familiari, quindi di speranze – dalla politica, dai partiti.
    C’è insomma un’emergenza morale, che non può non preoccupare anche la gerarchia ecclesiastica. Ecco perciò l’impegno di dare rapidamente risposte concrete. Come non accogliere allora le sollecitazioni venute dalla Settimana Teologica della diocesi pistoiese, voluta da un Pastore sensibile ed aperto come monsignor Mansueto Bianchi; ed il forte richiamo, lanciato proprio in questi giorni, dal presidente della Cet, l’arcivescovo di Firenze monsignor Giuseppe Betori ? Non c’è dubbio che si avverta oggi l’esigenza di .
    Le comunità della Toscana devono quindi segnare un svolta, se vogliono rispondere alle sfide che la situazione Italiana, per certi versi complessa e drammatica, pone. Devono ritrovare lo slancio, la capacità di elaborazione progettuale (ricordate le riflessioni diocesane in preparazione e sull’onda del convegno promosso e guidato dall’allora segretario dei CEI monsignor Enrico Bartoletti?) che seppero esprimere a cavallo degli anni Settanta, in un periodo di grande travaglio della Chiesa italiana, sia sul piano ecclesiale che su quello politico e sociale. Devono ricreare dei ( come lo fu per molti anni il Servizio ecclesiale toscano creato da Padre Reginaldo Santilli e monsignor Gastone Simoni) per la formazione delle nuove generazioni di studenti e laureati, luoghi di confronto che sappiano trasmettere i valori che i cattolici impegnati in politica sono chiamati a realizzare; preparando insomma queste nuove leve al difficile compito di mediazione a livello istituzionale o nelle assemblee elettive.
    Momenti educativi che sappiano infondere, con il supporto della fede, lo spirito della testimonianza cristiana, che deve essere alimentato – come avrebbe raccomandato il mio maestro di giornalismo Angelo Narducci, compianto direttore di dal 1969 al 1980 – anche da una buone dose di coraggio. Coraggio dinanzi a tante incertezze, a troppe vigliaccherie o prevaricazioni, coraggio nel difendere con intelligenza e passione i principi essenziali di un cristianesimo non formale ma vissuto con esemplare coerenza; coraggio nell’essere senza tentennamenti e senza dubbi con Cristo, con la Chiesa e con il Papa quanto più crescono i dissidi, i contrasti, le disubbidienze orgogliose. Coraggio nell’operare per una Chiesa perfetta e unita nell’amore e sempre aperta al dialogo, per confortare nella fede gli umili, rendere forti i deboli,rischiarare gli incerti, avvicinare i lontani.
    Senza questa propulsiva , è difficile iniziare un nuovo cammino, correggere i tanti, troppi difetti della politica italiana. Per rinnovare lo Stato c’è necessità di riforme istituzionali incisive e strutturali, di sostanziali cambiamenti non tanto nell’impianto costituzionale creato da uomini come De Gasperi, Lazzati, La Pira, Moro e Fanfani, quanto nel modo di gestire la cosa pubblica. Riforme che si potranno realizzare – partendo sì dal Fedaralismo, purchè sia solidale – solo se il cittadino, o meglio: la persona, torna ad essere il protagonista-ispiratore delle scelte politiche di fondo. E solo se, attraverso una nuova legge elettorale, si ridà agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, in Parlamento come in Consiglio Regionale.

  3. Premetto che dopo la fine della Dc e la «diaspora», che ha coinvolto i cattolici a destra e a sinistra , si è purtroppo diffusa nel Paese ed acuita soprattutto negli ultimi anni, una cultura “anti-politica”, che si manifesta soprattutto nel crescente astensionismo e nel disinteresse dei cittadini per la politica e per i partiti.
    Trovo più che mai urgente cercare di trovare nuove strade e di reagire a questo clima di depressione e di sconforto, che colpisce anche tanti cattolici, in modo da restituire un’anima alla politica, e tornare a viverla come progetto ideale, come servizio, come espressione di carità, come ricerca leale del bene comune.
    Mi piace ricordare in proposito un documento di quasi vent’anni fa del iConsiglio Permanente della Cei “La Chiesa italiana e le prospettive del Paese (1981) nel quale i vescovi non invitavano i cattolici italiani a rinnovare la loro unità politica ma di fronte all’ evidente indebolimento della Dc, escludendo ogni forma di assenteismo, con queste parole li spingevano ad agire politicamente a partire dal contesto territoriale .
    “L’assenteismo,il rifugio nel privato, la delega in bianco non sono leciti a nessuno, ma per i cristiani sono peccato di omissione. Si parte dalle realtà locali, dal territorio. E si èpartecipi delle sorti della vita e dei problemi del Comune, delle circoscrizioni e del quartiere: la scuola, i servizi sanitari, l’assistenza, l’amministrazione civica, la cultura locale. Ci si apre poi alla struttura regionale, alla quale oggi sono riconosciute molte competenze di legislazione e di programmazione. Così la presenza si estenderà anche ai livelli nazionale, europeo e mondiale, e potrà avere efficacia.
    È sbagliato, infatti, contare solo sui tentativi di rifondazione o di riforma che vengono dai vertici della cultura ufficiale e della politica ” .
    Credo che sia di grande attualità l’enunciazione di questa sfida per i cattolici italiani, cioè coinvolgere le risorse civiche esistenti sul territorio per affrontare insieme le gravi sfide che interpellano il Paese a livello sociale, istituzionale, politico ed economico ed al tempo stesso non cessare di conservare un saldo riferimento ai valori della Costituzione, della democrazia laica e dell’insegnamento sociale cristiano.
    I cattolici quindi non dovrebbero accontentarsi di presenza puramente «profetica», solo
    culturale o pre-politica. ma dovrebbero soprattutto impegnarsi in nuova «cittadinanza
    attiva» suscettibile di ricadute politiche.
    Sapendo che la difficoltà dei tempi che viviamo rende necessario che si realizzi la speranza che il Papa ha espresso qualche anno fa e cioè che cresca «una nuova generazione di laici cristiani, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile».
    La crescita di questa nuova generazione postula a mio avviso che i cattolici non si rassegnino a svolgere soltanto un ruolo pre-politico, impegnati in ambiti di impegno sociale e culturale finalizzati alla formazione delle coscienze , ma accettino l’impegno politico come servizio a vantaggio esclusivo del bene comune.
    Nella chiara consapevolezza che il fine della politica non è la difesa della fede religiosa (confessionalismo), né la difesa degli interessi della Chiesa (clericalismo), ma è appunto il bene comune (laico) della comunità politica.

    Ugo Petroni

  4. Ritengo l’argomento di fondamentale importanza. E’ vero, in passato era molto chiaro chi svolgesse un ruolo di mediazione tra la sfera religiosa e quella civile. Personalmente non sono mai stato tanto tenero con chi svolgeva quel ruolo, soprattutto perché li ritenevo maggiori responsabili della “vendita” del futuro delle successive generazioni (debito pubblico) e perché laddove maggiormente forti politicamente la criminalità organizzata ha sempre fatto da padrona. Oggi, sforzandomi di fare un esame critico degli anni passati, pur rimanendo fermo sull’attribuzione di alcune gravi responsabilità che hanno contribuito all’attuale “dissesto” della società civile italiana, mi accorgo che il dopo DC non è assolutamente migliore. Mi accorgo che mentre nelle forze politiche di centro e sinistra di allora, il senso dello stato era ben presente, adesso sembra che ognuno tiri l’acqua esclusivamente al suo mulino ed in caso di difficoltà: si salvi chi può. Stante ciò, non vedo allo stato attuale né a sinistra ne a destra una popolazione di individui impegnati in politica in grado di servire il pubblico interesse in modo sincero e senza secondi fini. Ovviamente questo non può essere vero in assoluto; ci sono moltissime persone che sarebbero in grado di portare validissimi contributi alla società civile. Il fatto è che in questa situazione, in questa “marmellata” fatta di confusione di ruoli, commistioni di interessi, carenza di ideologia, valori ecc ecc., le persone più oneste e capaci se ne guardano bene dall’esporsi, dal metterci la faccia. Quindi che fare? Difficile dare risposte; la mia opinione condizionata anche da una mia esperienza di amministratore pubblico è che effettivamente (non avrei pensato di dirlo qualche anno fa) ci sia bisogno di cattolici in politica per il semplice fatto che ormai sono rimasti gli unici a tenere “la barra dritta” sui temi etici e di solidarietà. Le attuali forze di sinistra mi sembrano talvolta più reazionarie di quelle degli anni sessanta e pure il tentativo (nel quale personalmente avevo creduto molto) fatto con la creazione del PD mi sembra stia vivendo momenti difficili.
    Tu domandi: E’ possibile organizzare nuove forme di presenza organizzata, magari prepartitica, dei cattolici in politica? Ecco, questa mi sembra una domanda interessante. Non so se sia possibile, propendo però per il si; credo comunque sia necessario. Ne intravedo l’esigenza in modo assai forte per la gestione della cosa pubblica, per affrontare le varie tematiche sociali e non ultime quelle del mondo del lavoro.
    Forse una cosa da fare, anche per tentare di coinvolgere chi mantiene le distanze dalla politica e comunque coinvolgere chi al momento trova difficoltà ad essere rappresentato nell’attuale quadro politico ma si riconosce nei valori cattolici, è quella di cominciare a vedersi.

  5. Occorre tornare a dare fiducia alla voce dei laici in tutti gli ambiti, il politico è uno dei fondamentali: creare luoghi di confronto libero in cui i laici, portatori di diverse impostazioni e opzioni, possano dibattere ampiamente su temi sempre più complessi e perciò irriducibili a verità univoche e preconfezionate.
    E’ il senso dell’invito alla “sinodalità” evocato nella bella relazione di Serena Noceti; è anche un suggerimento che Enzo Bianchi rivolge alla Chiesa da alcuni anni: offrire spazi di ampio dialogo sia a livello nazionale che locale su tematiche prepolitiche in cui tutti possano esprimere e dibattere opinioni per poi giungere anche a scelte diverse, ma essendosi confrontati sui fondamenti essenziali del messaggio cristiano.
    Scriveva Pietro Scoppola nel suo appassionato testamento spirituale:
    “Se pensiamo […] ai grandi dibattiti [del passato] ci rendiamo conto di una caduta di livello oggi, di un appiattimento culturale. […] Al di là dei singoli temi è un clima di fiducia che bisogna ricreare; un clima di attenzione al laicato, non di parole o dichiarazioni, non di manifestazioni o di convention di grande portata con il papa che parla e il laicato che ascolta, ma di occasioni in cui il laicato possa autenticamente e liberamente esprimersi”. P. Scoppola, Un cattolico a modo suo, Morcelliana, Brescia 2008, p. 67. Mariangela Maraviglia

  6. Già: che fare?
    Una domanda essenziale, alla quale, con l’eleganza ‘gesuitica’ che Lo contraddistingue da sempre, il mio eminente collega Enereo Liverani risponde ponendo a sua volta tutta una serie di altre domande.
    Personalmente, da quel cristiano che cerco di essere e quel ghibellino che sono da sempre per carattere, formazione e cultura, penso che non sia più assolutamente necessario, dopo la ‘morte’ della Dc, configurare in una forza politica la sintesi dell’impegno socio-religioso.
    Cercando sempre di rifuggire da, come direbbe Francesco Guccini, “quell’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti”, ritengo che davvero ciascun cristiano, in qualunque raggruppamento politico sia impegnato, abbia la chiara missione di rendersi interprete del Messaggio di Cristo. Cosa indubbiamente non facile, ma che è del resto l’essenza dell’Utopia cristiana.
    E allora?
    Allora credo che il metodo maggiormente attendibile sia quello configurabile nella bellissima espressione di Juan Ariaa: “La tua verità? No: la Verità. E cerchiamola insieme. La tua, tientela”.
    E’ insomma fondamentale fare sintesi,partendo dalla concezione profonda dell’assioma secondo cui il tuo ‘avversario’ politico non ha assolutamente torto ancora prima di aprire bocca, in quanto si impegna secondo un’accezione della politica come ‘servizio’ che è almeno pari alla tua.
    Il resto, se siamo capaci di iniziare da questi presupposti, viene da sé.
    Basterebbe prendere come modello quel Giovanni Paolo II il quale, recandosi a Parigi per l’Anno Mondiale della Gioventù, anziché parlare dei problemi dei giovani come tutti pensavano, chiese scusa per la strage degli Ugonotti e gli altri ‘errori’ di cui si è storicamente resa interprete la Chiesa. E vinse così, il Papa venuto dall’Est: assumendo quale ‘copione’ non la strategia politica, ma il Vangelo. Cioè quel ‘copione’ secondo il quale una persona tradita dagli amici e condannata dal potere su mandato del popolo (che gli preferisce Barabba) nel momento della massima sconfitta, cioè della morte -e morte di crice- è Dio.
    Alessandro Tonarelli

  7. Oggi in Italia ci sono forse molti cattolici intransigenti in senso buono che però, forse proprio perché tali, si guardano bene dall’entrare in politica nel timore che l’inevitabile compromesso finisca per fagocitarli… penso però che ciò di cui l’Italia (e forse non solo) avrebbe davvero bisogno sarebbe proprio di persone cosi’, che abbiano chiaro in testa l’obbiettivo finale (che non è la propria personale affermazione ma bensi’ il bene comune) e con la marcia in piu’ che secondo me, con un po’ di presunzione, noi cristiani dovremmo ricordarci piu’ spesso di avere: l’Esempio e il Modello che è Gesu’ Cristo. Certo non dovrebbe trattarsi di una DC rimbiancata e rinfrescata ma di un…organizzazione (se non vogliamo chiamarla partito) che ponga (come, penso, fosse il PPI o la DC degli esordi) certi valori davvero al centro. Io penso che la ‘religione di stato’ non abbia molto senso, penso che sia giusto ‘dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’ e quindi tenere distinti religione e stato, ma penso anche che, soprattutto la nostra religione (che, a dispetto di cio’ che pensano tanti cattolici di facciata e di tanti anticlericali incalliti, è forse la religione che lascia piu’ libertà di tutte – ama e fa’ cio’ che vuoi, diceva S. Agostino-) possa fornire quei valori di base indispensabili a ricreare una coscienza comune, un senso della misura e del giusto o sbagliato che stiamo via via perdendo…

  8. Carissimi amici, per cominciare è da respingere l’idea che si possa suddividere anche la storia italiana in prima e seconda repubblica ripetendo un errore francese.

    Finiamo per riconoscere per ogni periodo come eminente la figura dei governanti mentra la storia è fatta dalla gente che smassava scalza le macerie di guerre, restituiva il verde all’Italia con i cantieri di lavoro e poi costruiva l’Autostrada del Sole.

    E a Firenze la storia è fatta snche dalla gente che liberò dal fango la città.
    Dunque? Anche in quei tempi era difficile essere cristiani in certi ambienti e le barriere caddero grazie a uomini, laici e religiosi, che dettero esempi splendidi di coerenza cristiana.

    E oggi? Forse sono già tra noi? Chissà? Ci vuole speranza e fede e forse anche coraggio. Certo, il punto di vista toscano è difficile perché una politica errata ha mirato alla “crescita zero”. Ma nelle altre regioni? E tra i giovanissimi? E tra quanti arrivano da lontano? Bisogna parlarne e attendere con attenzione.

    Intanto bisogna motivare occasioni di incontro, tra anziani e giovani, tra chi conosce il nostro passato e chi non sa che Cristo fu proclamato unico re di Firenze.

    Nereo Liverani


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