Chi l’ha visto, il pudore?

Una vicenda terribile (“bestiale” può essere il termine giusto?) come quella di una una giovane donna uccisa dallo zio che – pare – ha perfino abusato di un corpo già raggiunto dalla morte, si è moltiplicata di significati anche per via della copertura data dai media.

La madre, collegata in diretta tv, che riceve davanti a milioni di spettatori la notizia più terribile che una madre possa ricevere … Lo zio che, nei giorni precedenti, era andato su tutte le reti … Il fratello che, a poche ore dalla scoperta di un corpo martoriato, si fa intervistare in diretta tv … La cugina che fa lo stesso … Milioni di bravi italiani che, invece di spegnere l’apparecchio tv, insistono per vedere come va a finire … Le interruzioni pubblicitarie, implacabili perchè nella tv comandano loro … Giornalisti che per uno scoop (e per qualche punto di share in più) farebbero chissà quali patti con chiunque … Lacrime di coccodrillo in un contesto nel quale il maggiore tg del servizio pubblico si compiaceva, la prima sera dopo il terremoto, dei grandi risultati raggiunti la sera precedente con i servizi sui morti sepolti …

Io, quella sera, non guardavo “Chi l’ha visto” (trasmissione, peraltro, importante e utile davanti ai drammi di chi scompare).

Mi chiedo, tuttavia, come mi sarei comportanto davanti alla diretta dalla tragedia in diretta. Vorrei tanto rispondere che avrei spento, che sarei passato a un altro canale, che sarei uscito all’aria fresca per recitare un’Ave Maria. Vorrei … ma forse anch’io, come hanno fatto milioni di noi, sarei rimasto a ingozzare l’Auditel e a confondere una tragedia vera con le false promesse dell’ultima crema anticellulite.

Chi l’ha più visto, ormai, il pudore?

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Published in: on 8 ottobre 2010 at 08:56  Comments (6)  

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6 commentiLascia un commento

  1. Difficile decidere che cosa fare quando sei in diretta e ti capita una notizia tragica. Interrompere la trasmissione? C’è riuscito solo una persona: Fabio Fazio. E cosa mettere nello spazio previsto per il programma?
    Non fraintendetemi, non sono tra coloro che teorizzano: “The show must go on”, cioè lo spettacolo deve continuare, non può fermarsi neppure davanti alla tragedia, al dolore. Ma quanti esempi sotto i nostri occhi. Il primo in assoluto è tutto un made in Italy, cioè la tragedia di Vermicino con le telecamere accese pronte ad accompagnare i tentativi di salvare il ragazzo bloccato nel terreno. O, per venire ai giorni nostri, la vicenda dei minatori cileni che sarà seguita in diretta tv. Certo per alcuni versi ci sono delle differenze ma il fil rouge è lo stesso. Perché siamo un po’ tutti figli di Truman show. Il reality accompagna, ormai, la nostra vita di telespettatori: abbiamo visto sbarcare i marines in Kuwait; cadere il muro di Berlino; la fine, anche cruenta, dei regimi dell’est; abbattere la statua di Saddam Hussein. La tv ormai ci ha abituato a tutto. Ecco la parola: abituato.
    Permettetemi una domanda che mi brucia dentro: perché nessuno ha chiuso la tv, quella sera? Perché quando sono state mostrate le immagini dello tsunami e si è visto un cane su una tavola trascinato dall’onda, e persone travolte che affannosamente cercavano di resistere all’acqua, chi ha telefonato alle redazioni dei giornali ha chiesto notizie del cane e non delle persone?
    Lascio ad altri la risposta. Permettetemi di dire ancora due cose. La prima: anch’io sono tra coloro che pensano che la bravissima Federica Sciarelli avrebbe dovuto interrompere il programma, almeno per comunicare privatamente, alla mamma di Sarah, la notizia. Sarebbe stato un gesto di rispetto verso la donna e il suo dolore di madre. La seconda: nell’affrontare casi di cronaca ancora non conclusi si dovrebbe avere l’attenzione di non coinvolgere familiari, perenti. Per una volta tanto dovremmo provare, noi giornalisti, a dire che lo spettacolo può non andare avanti, può fermarsi. Sarebbe una cosa positiva per la stessa televisione.

  2. “La televisione è lo specchio della realtà. Sempre più compromessa”
    Condivido. E mi sembra tuttavia ingeneroso adddossare agli operatori della comunicazione l’esclusiva responsabilità… ma cosa pensare di una TV che rappresenta i fatti utilizzando il verosimile, trasforma i notiziari in show e la vita in un reality continuo? Che mischia realtà e finzione con straordinaria capacità, mostra il dolore, e ci butta in faccia l’orrore, per suscitare forti emozioni?
    E gli spettatori, catturati nella loro attenzione, sempre più tele – dipendenti da queste “visioni”. “Tele-dolore” non può essere il servizio pubblico che chiede ai cittadini il canone.
    Renata Fabbri

  3. Dove è la linea di confine tra diritto di cronaca e spettacolarizzazione del dolore? Solo la coscienza può dirtelo. Ma forse oggi parlare di coscienza, fra veline, escort, società offshore e pajate in piazza, è obsoleto e non politically correct.

  4. MAI COSI’ SIA !!!!!!!!L’EDUCAZIONE, ,SI DOVREBBE DEFINIRE COME QUELL’INSIEME DI CURE, PRODIGATE AL FANCIULLO NEL CORSO DEI SUOI ANNI,E FORMARLO E SVILUPPARE LE FACOLTA’ FISICHE,MORALI E INTELLETTUALI,,MA AI T5EMPI NOSTRI,QUESTA DEFINIZIONE NON SARA’ MAI ESATTA .PER OTTENERE UN BUON RISULTATO,LE FACOLTA’ DEVONO ESSERE SVILUPPATE ORIENTATE IN VITA DELLA PRATICA DEL BENE DEL BELLO E DELLE GRANDI VIRTU’ MORALI;CIOE’,LEALTA’,GIUSTIZIA, E CARITA’,CONDITE ABBONDANDEMENTE,IN DIPENDENZA DA DIO,SUPREMO GIUDICE E MODELLO DI OGNI PERFEZIONE.
    CARO MAURO,SE CIO’NON VIENE CAPITO,TUTTO , COME ABBIAMO VISTO POTREBBE “INDEMONIARSI ” e allora e’ la fine.A mio capire,il creatore ci ha fatto un grande dono quello degli !ISTINTI” e ci ha corredato con la Legge Mosaica la razionalità per la gestione degli stessi. Educare un Fanciullo,un giovane ,un uomo ed anche un “NONNO” vuol dire condurlo a conoscersi,per uscire al fine dal suo “IO” che sopraffa’ egoisticamente il “BUON SENSO” EVANGELICO, Come , ormai vecchio,dovrò, nei limiti del possibile ,cercare di liberare dai troppi, determinismi,tante volte vissuti e a cui è sottoposto fin dalla sua nascita.il piccolo.,In ogniuno di noi ,non ci sarà mai una perfezione nativa,per ciò non possiamo mai abbandonare i fanciulli , in particolare, alle LORO tendenze naturali,perchè si sviluppino spontaneamente,ma con quell’amore diretto, voluto dal Cristo ,per il loro bene ,e quello dei prossimi,così si spera di ridurre,le tragedie che abbiamo vissuto in questi giorni, CHE DIO CI ASSOSTA E PREGANDOLO CI LIBERI DAL MALE. UN CARO SALUTO CARLO

    • Ebbene sì, lo confesso: ho seguito “Chi l’ha visto” (con la brava Sciarelli) da quando su Sky è uscita l'”ultim’ora” (le 23, più o meno) fino alla fine. Ma solo perchè nessun altro parlava della vicenda. “Porta a Porta” era registrato, Matrix anche, Sky dava solo qualche aggionamento… Quindi, il primo problema è che in Italia non c’è una vera tv capace di informare e insieme di approfondire in tempo reale.

      Il secondo problema è l’invadenza dei media, persino nella sfera dell’intimo. Non è una scoperta di oggi, è un male che logora noi giornalisti e rovina voi spettatori. Programmi come “Chi l’ha visto” nascono però proprio su questo presupposto: cercare, indagare, scavare. Si fa per la disperazione dei familiari degli scomparsi, si fa per l’audience. Più si fa entrare la tv dentro le proprie case, le famiglie, la privacy, più si pensa di avere una chance per ritrovare chi è scomparso. E, di conseguenza, si impennano gli indici di ascolto.
      Questo spiega perchè in casa di Sarah c’era uno studio televisivo. I suoi genitori volevano visibilità, volevano tenere viva l’attenzione.
      Però… quando gli eventi sono precipitati bisognava chiudere quella finestra. Insomma il programma poteva continuare senza quell’assurdo teatrino della morte in diretta televisiva. Meglio una telecamera in più davanti al tribunale o ai carabinieri (a cui si potevano fare mille domande) e una in meno ad Avetrana.
      Cosa può dire la cugina-amica di Sara che ha appena saputo della confessione del padre? O cosa può fare un avvocato informato più dallo studio di Roma che dai giudici? Qui la Sciarelli ha sbagliato, forse si è fatta prendere dalla voglia di scoop.

      Il terzo problema, il più grave, è che quella serata televisiva sembrava una fiction, che quei giovani intervistati ragionavano come il pubblico dei programmi del pomeriggio, che persino gli inviati erano approssimativi come giornalisti (quali fonti? quali certezze? quali scenari?) e sarebbero stati perfetti come vicini (chiaccheroni) di casa. La televisione sbaglia, ma è lo specchio della realtà. Sempre più compromessa.

      A proposito, oggi mi sono trovato a gestire, dalla redazione, il servizio sul militare toscano morto in Afghanistan. Alla collega che era davanti a casa sua, nel pisano, ad un certo punto ho detto: basta, lascia perdere commenti e opinioni, fai solo lo stretto indispensabile. Secondo me, prima o poi, bisogna interrompere questa spirale della tv “guardona”. Lo possiamo fare noi, da questa parte, ma anche voi, con il telecomando.

      Antonello Riccelli, giornalista di Telegranducato

      • ottimo, Antonello.


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