Quando i “polli” vanno al centro (commerciale)

L’altro giorno, per lavoro, ho visitato un enorme centro commerciale alla periferia di Empoli. Dentro c’è tutto: via, piazze, attività professionali, strutture mediche, negozi di tutti i tipi, giochi per bambini. Il tentativo, decisamente sciocco, è quello di “rifare” una città. In compenso – così mi dicono – il centro storico (vero) di Empoli inizia a versare in preoccupanti situazioni di degrado.

Nella cosiddetta area metropolitana che da Pistoia arriva fino a Lucca – e in tutto il resto di un’Italia dove fra un po’ non ci sarà più suolo pianeggiante da consumare – si sono moltiplicate, negli ultimi decenni, queste strutture di plastica: orride cattedrali di volgare consumismo e di vuota cittadinanza che presuppongono giganteschi interessi economici. E contribuiscono, nel nome di chissà quale contemporaneità, a uccidere la vita autentica nelle autentiche città.

Dal loro punto di vista è perfino comprensibile (vedi le cronache locali di questi giorni) che le organizzazioni del commercio tradizionale ipotizzino la rincorsa alle aperture domenicali. C’è chi chiede che i negozi dei centri storici restino aperti tre domeniche su quattro almeno per cinque mesi l’anno. Ottimo, vero?

Abbondantemente “seminati” da tonnellate di pubblicità, noi consumatori assistiamo (felici ?) a questo moltiplicarsi di occasioni per uno shopping che, oltretutto, è ulteriore elemento discriminatorio fra chi se lo può permettere e chi, al massimo, può sognare davanti a prezzi per lui non raggiungibili. Sognare o indebitarsi.

E intanto, a Firenze, un grande negozio ostacola i dipendenti che volevano andare al funerale di un loro giovane collega o comunque dare un segno di affetto (magari abbassando la musica in sottofondo – quella che serve per far addormentare i “polli” – appena per soli cinque sporchi minuti).

Nessuno, ci mancherebbe, riflette più sul fatto che la domenica – almeno la domenica – potrebbe essere “il giorno del Signore” o, comunque, uno spazio di tempo da dedicare al riposo, alla famiglia, alla cultura.

20 anni fa moriva Giovanni Michelucci. Chissà cosa avrebbe detto di un’urbanistica (e di una società) così.

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Published in: on 6 novembre 2010 at 12:23  Comments (1)  

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One CommentLascia un commento

  1. Credo che ormai dalla stagione di “cittadinanza” si sia passati alla stagione di “consumanza” (non so se esiste questo neologismo).
    Non più tutti al mare, frase che esprimeva le aspirazioni degli italiani dell’Italia del miracolo economico, non più la gita domenicale fuori porta a primavera (vi ricordate quei filmati dove si vedono intere famiglie sulla Vespa?), ma tutti al centro commerciale. Via i cittadini con i loro diritti/doveri e avanti i consumatori in folte schiere: consumo, quindi sono!
    Se non ricordo male, qualche tempo fa, lessi che un Monsigore, prendendo atto che i centri commerciali sono i luoghi più frequentati la domenica, proponeva di dotarli di una chiesa così da permettere ai polli/consumatori/fedeli di poter prendere la Messa.
    Non solo “paghi uno e compri due” ma vai pure a Messa se vuoi e quindi la tua coscienza é a posto. E vissero felici e contenti…
    Silvano Priori


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