Se i conti non tornano

Bankitalia, nel suo “Rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane“, ha appena certificato che il 45% della ricchezza complessiva, è nelle mani del 10% delle famiglie italiane. I dati sono al 2008 e in due anni la situazione non è certo migliorata.

In altri termini: al 90% delle famiglie italiane tocca dividersi il restante 55% della ricchezza complessiva.

E un altro dato emerge, fra i tanti, dal rapporto Bankitalia, che non è proprio né ente caritatevole né covo di “comunisti”: nell’ultimo decennio la percentuale di famiglie italiane con “ricchezza negativa” (cioè con debiti che superano gli attivi) è salita dal 2,3 al 3,2%.

Davanti allo scandalo di una ricchezza così concentrata e sbilanciata, in un Paese oltretutto a democrazia avanzata, è possibile far finta di nulla?

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Published in: on 22 dicembre 2010 at 21:18  Comments (2)  

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2 commentiLascia un commento

  1. Il problema della povertà è un problema concreto.
    Molto spesso, soprattutto in Italia, diventa un pretesto per elaborare delle ideologie solo filosofiche ed estranee ai veri problemi dell’uomo.
    La stessa chiesa con discorsi spesso pietisti e di commiserazione non fa che alimentare questa cultura cinica e pressapochista che certo bene non fa.
    Cosa significano questi continui appelli alla carità? cosa sono i pranzi di Natale per i poveri se non delle messinscene ipocrite, spesso pensate solo per mettersi a posto con la coscienza, da parte di chi i soldi ce li ha?
    Credo infatti che in Italia oltre ad esserci una economia assolutamente scarsa, da paese da terzo mondo con forte evasione fiscale, sacche di lavoro precario e costo della vita esageratamente alto c’è anche una cultura provinciale e bigotta che guarda con occhio sospetto qualsiasi straniero, non premia veramente chi merita, non diffonde una cultura del lavoro che vuole dire soprattutto sacrificio, onestà e rettitudine civica.(vedi altri paesi ben più avanti di noi-es.Germania-soprattutto sul versante della integrazione economica)
    Una cultura che favorisce di conseguenza il lassisimo anzichè la propositività, la passione per delle riforme che vogliano veramente il bene dell’uomo.
    Tanti auguri di buon Natale a tutti e cerchiamo di riflettere un pochino di più su queste cose, che alla fine riguardano ciascuno di noi.

  2. Non è possibile far finta di nulla!!Purtroppo questa notizia è passata nella massima indifferenza,la forbice tra ricchi e poveri si stà allargando sempre di più. Non possiamo accettare una una logica del genere perchè ci porterà ad accettare la povertà e giustificarla come effetto collateralo di una economia che stritola la persona e la metta ai margini. Lo stesso concetto delle vittime delle guerre..diventano solo effetti collaterali. Mi piacerebbe che questo provocazione fosse recepita e vissuta nella notte di natale nelle veglie e durante le liturgie perchè non raccogliere la sfida rappresentata da queste povertà, non rispondere alle attese, che esse veicolano, renderebbe inutile, vuota ed esteriore la vita di una chiesa, di una parrocchia, di una comunità.
    Siamo chiamati alla solidarietà responsabile, all’impegno concreto per la giustizia, a gesti inequivocabili di dono e di condivisione.
    La nostra Chiesa, le parrocchie devono mettersi in ascolto delle domande che salgono dal nostro territorio. devono coltivare una predilezione per i poveri, devono lasciarsi importunare dai poveri.Devono parlare il linguaggio della carità: è il linguaggio che tutti capiscono.. anche i non credenti lo capiscono e siamo chiamati quindi ad amare di più chi ha bisogno di essere amato di più.
    Là dove c’è povertà c’è un vuoto d’amore, c’è bisogno di una sovrabbondanza di amore.
    “La Chiesa incomincia dove qualcuno fa posto nella sua casa ai poveri ..
    L’allontanamento dei poveri è la peggior disgrazia che potrebbe capitare alla parrocchia” (don Mazzolari).
    Per valutare correttamente una situazione occorre anzitutto scegliere il punto di osservazione più adatto.
    Se valutiamo il mondo dal punto di vista della sua parte ricca, lo vediamo capovolto rispetto alla realtà.
    Bisogna valutarlo come ha fatto Gesù, cioè a partire dalla sua parte povera.
    Occorre andare in fondo alla fila, se ci si vuole accorgere di come questa è fatta.
    Se camminiamo davanti, vediamo i forti e i sani e non ci accorgiamo di coloro che si perdono lungo la strada.
    Partire dagli ultimi vuol dire innanzitutto denunciare situazioni in cui la dignità della persona umana
    viene calpestata e offesa a causa di ingiustizia e di miseria o di pretese che appaiono irrealizzabili nel
    concreto della vita dei poveri. Ed ecco allora il senso del nostro dossier povertà che ogni anno presentiamo, ma cercare di riportare al centro della vita di una comunità coloro che vivono ai margini parte di quel 90% che si divide le briciole mentre il restante 10% si trova la tavola imbandita.
    Partire dagli ultimi vuol dire superare logiche di chiusura egoistica, per le quali si considera
    necessario difendere i propri diritti contro le pretese di altri, più bisognosi.
    Dio ci vuole tutti uguali in dignità davanti a Lui, fratelli nella varietà delle possibilità e delle
    risorse, ma anche nella partecipazione comune a ciò che è destinato a tutti.

    Marcello Suppressa


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