Giovanna d’Arco, pensaci tu …

Questo numero di “Toscana Oggi” dedica un primo piano al fenomeno delle coppie che si dividono solo sulla carta per pagare meno Irpef e godere di vantaggi fiscali e tariffari.

All’inizio pensavo a un paradosso, ma Andrea Bernardini – un collega personalmente coinvolto nel fenomeno delle famiglie numerose – fa esercizio di giornalismo approfondito, aiutato da esperti.

“Il nostro sistema fiscale – si legge mei titoli – penalizza le famiglie, specie quelle numerose: ecco allora che per risparmiare o per poter accedere ai servizi, come l’asilo nido, si ricorre a sotterfugi o si rinuncia addirittura a sposarsi”.

Carlo Di Iorio, uno dei fondatori di Lef (associazione per la legalità e l’equità fiscale) cita un suo studio e dimostra come Francesco e sua moglie, nome fittizio, ci guadagnerebbero non poco se decidessero di rompere il matrimonio. Per finta. Solo per risparmiare.

E Livio Marchi, del Caaf Cisl pisano, aiuta a capire i complicati meccanismi fiscali

Un bell’approfondimento, che consiglio.

Pensiamo come sarebbe bello se la politica, invece di perdersi, si decidesse a ritrovare la nobilità del suo vero significato. E se i laici credenti, impegnati in politica, riuscissero a fare i conti con il recente, e impegnativo, motito di papa Benedetto XVI sull’impegno di Giovanna d’Arco “per la liberazione del suo popolo, inteso come opera di giustizia umana che compie nella carità”.

Perchè non partire da una seria riforma del fisco per far ritrovare la bellezza, in uno Stato giusto, di pagare le tasse secondo i criteri indicati dalla Costituzione?

Published in: on 30 gennaio 2011 at 16:19  Comments (5)  

Il coraggio (e la chiarezza) delle suore sul “caso Ruby”. E sulla donna-merce


Ci sono anche le suore anti-tratta, si legge oggi su “Avvenire” fra le promotrici di una manifestazione che si terrà il 13 febbraio in tutte le grandi città italiane “per rivendicare dignità, rispetto, lotta alla violenza e per difendere il valore della nostra dignità”.

Questo scrivono le promotrici (tra le altre, Gae Aulenti, Margherita Buy, Giulia Bongiorno, Cristina Comencini, Tiziana Ferrario, Inge Feltrinelli …), fra cui, appunto, anche suor Eugenia Bonetti, responsabile dell’ufficio “tratta e minori” dell’USMI, l’Unione delle Superiori Maggiori italiane.

“Non ci rendiamo conto – scrive suor Eugenia – che una prostituzione del corpo e dell’immagine della donna è diventata ormai parte integrante nei nostri programmi e notizie televisive, alla portata di tutti. Questo educa allo sfruttamento, al sopruso, al piacere, al potere, senza alcuna preoccupazione delle dolorose conseguenze sui nostri giovani che vi vedono modelli da imitare”.

La religiosa – racconta “Avvenire” – ha scritto in una lettera aperta in cui parla anche dei fatti riguardanti il cosidedetto “caso Ruby“.

Stessa cosa ha fatto, esprimendo “indignazione davanti all’indecoroso spettacolo offerto dal caso Ruby” suor Rita Giaretta, della Comunità Rut di Caserta.

Grazie, sorelle, per la chiarezza esemplare dei vostri scritti.

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28/01/2011 Lettera aperta da Caserta di suor Rita Giaretta
Caserta, 27 gennaio 2011, Festa di Sant’Angela Merici

«Se verrete a conoscere chiaramente che sono in pericolo la salvezza e l’onestà delle figliole,
non dovrete per niente consentire, né sopportare, né aver riguardo alcuno, se non potrete provvedere voi,
ricorrete alle madri principali e, senza riguardo alcuno,siate insistenti, anche importune e fastidiose»
(Sant’Angela Merici).

Da anni, insieme a tre mie consorelle (suore Orsoline del S. Cuore di Maria), sono impegnata in un territorio a dire di molti “senza speranza”. Un territorio, quello casertano, sempre più in ginocchio per il suo grave degrado ambientale, sociale e culturale, dove anche la piaga dello sfruttamento sessuale, perpetrato a danno di tante giovani donne migranti, è assai presente con i suoi segni di violenza e di vera schiavitù.

Come donna, come consacrata, provocata dal Vangelo di Gesù che parla di liberazione e di speranza, insieme alle mie consorelle, ho scelto di “farmi presenza amica” accanto a queste giovani donne straniere, spesso minorenni, per offrire loro il vino della speranza, il pane della vita e il profumo della dignità.

Oggi, osservando il volto di Susan chinarsi e illuminarsi in quello del suo piccolo Francis, scelto e accolto con amore, ripensando alla sua storia – una tra le tante storie accolte, la quale ancora bambina (16 anni) si è trovata sulle nostre strade come merce da comprare, da violare e da usare da parte di tanti uomini italiani – sono stata assalita da un sentimento di profonda vergogna, ma anche di rabbia.

Ho sentito il bisogno, come donna, come consacrata e come cittadina italiana, di chiedere perdono a Susan per l’indecoroso spettacolo a cui tutti, in questi giorni, stiamo assistendo. E non solo a Susan, ma anche alle tante donne che hanno trovato aiuto e liberazione e alle tante, troppe donne, ancora schiave sulle nostre strade. Ma anche ai numerosi volontari e ai tanti giovani che insieme a noi religiose credono nel valore della persona, in particolare della donna, riconosciuta e rispettata nella sua dignità e libertà.

Sono sconcertata nell’assistere come da “ville” del potere alcuni rappresentanti del governo, eletti per cercare e fare unicamente il bene per il nostro Paese, soprattutto in un momento di così grave crisi, offendano, umilino e deturpino l’immagine della donna. Inquieta vedere esercitare un potere in maniera così sfacciata e arrogante che riduce la donna a merce e dove fiumi di denaro e di promesse intrecciano corpi trasformati in oggetti di godimento.

Di fronte a tale e tanto spettacolo l’indignazione è grande!

Come non andare con la mente all’immagine di un altro “palazzo” del potere, dove circa duemila anni fa al potente di turno, incarnato nel re Erode, il Battista gridò con tutta la sua voce: «Non ti è lecito, non ti è lecito!». Anch’io oggi, anche a nome di Susan, sento di alzare la mia voce e dire ai nostri potenti, agli Erodi di turno, non ti è lecito! Non ti è lecito offendere e umiliare la “bellezza” della donna; non ti è lecito trasformare le relazioni in merce di scambio, guidate da interessi e denaro; e soprattutto oggi non ti è lecito soffocare il cammino dei giovani nei loro desideri di autenticità, di bellezza, di trasparenza, di onesta. Tutto questo è il tradimento del Vangelo, della vita e della speranza!

Ma davanti a questo spettacolo una domanda mi rode dentro: dove sono gli uomini, dove sono i maschi? Poche sono le loro voci, anche dei credenti, che si alzano chiare e forti. Nei loro silenzi c’è ancora troppa omertà, nascosta compiacenza e forse sottile invidia. Credo che dentro questo mondo maschile, dove le relazioni e i rapporti sono spesso esercitati nel segno del potere, c’è un grande bisogno di liberazione.

E allora grazie a te, Susan, sorella e amica, per aver dato voce alla mia e nostra indignazione, ora posso, come donna consacrata e come cittadina, guardarti negli occhi e insieme al piccolo Francis respirare il profumo della dignità e della libertà.

Sr. Rita e sorelle comunità Rut

Published in: on 29 gennaio 2011 at 15:03  Comments (16)  
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A proposito di sfida educativa


A proposito di “sfida educativa” (lo splendido tema su cui è impegnata, nel prossimo decennio, l’intera comunità ecclesiale italiana) sentite quanto, giorni fa, mi ha raccontato un insegnante.

In una delle sue classi (scuola media inferiore) c’è uno spazio dedicato a quella che un tempo si chiamava educazione civica. Si parla della “cosa giusta“. Si alza una ragazzina, poco più che bambina, e timidamente racconta di credere di aver fatto una cosa che lei ritiene “giusta“.

Ha la mamma che, per arrotondare, cuce maglie. Lavora dopo cena per conto terzi, laddove il “terzo” è un signore che la paga – ovviamente al nero – una piccola miseria, comunque utile al bilancio familiare. Ma la mamma, praticamente tutte le sere, è limitata dal dedicare alla figlia quelle attenzioni che lei richiederebbe. Deve star dietro alle maglie.

Allora la bambina prende carta e penna. Scrive, al “terzo”, una bella letterina con la sincerità, la freschezza, l’efficacia che solo i bambini – e non è detto – riescono ormai a possedere.

Accompagnando la mamma dal “terzo”, qualche giorno dopo lascia, senza che la mamma ne sappia nulla, scivolare la letterina fra le maglie cucite. Passa ancora qualche giorno e il “terzo”, letta quelle parole e avendo deciso di rispondere, consegna alla mamma una busta indirizzata alla ragazzina.

Piena di quello che comunemente si definisce “buon senso”, la risposta del “terzo”. E la mamma, un po’ ci rimane male davanti alla “cosa giusta” fatta dalla figlia. Imbarazzata e forse pure un po’ impaurita temendo reazioni su un innocente gesto di sincerità.

Secondo me dovrebbe, la mamma, esserne orgogliosa perchè forse sono proprio le piccole “cose giuste” che ci aiuteranno a uscirne fuori. Compreso – a proposito di “sfida educativa” – il dialogo che, quel giorno, in quella classe si è sviluppato fra l’insegnante e i ragazzini di quella prima media.

Published in: on 28 gennaio 2011 at 18:30  Comments (1)  
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Giornalisti: santo Francesco o santo Giuda?

Almeno due i fronti da cui osservare l’appuntamento con il santo (Francesco di Sales) che la Chiesa ha messo a fianco dei giornalisti come “protettore”: il fronte dei giornalisti e quello dei cittadini, la trincea di chi media le notizie e quella di chi quelle notizie le riceve.

Fronti che si intrecciano soprattutto nel periodo, di enormi cambiamenti anche tecnologici, che stiamo attraversando. Mi riferisco al citizen journalism o giornalismo partecipativo, profili che avrebbero abbattuto trincee un tempo bene definite. Oggi –si dice – dei giornalisti non c’è più bisogno: chiunque può fare giornalismo. Basta un telefonino, una videocamera, un po’ di tecnica, un po’ di fortuna.

Sono molto attratto da tutto questo, ma nutro seri dubbi sul fatto che si possa fare giornalismo, in particolare giornalismo di qualità, senza la professionalità e la responsabilità della mediazione giornalistica.
Ma è altrettanto indubbio, parlando della categoria, quanto forte sia la crisi dei giornalisti (e dei giornalismi) tradizionali. Si è da poco concluso il congresso nazionale del nostro sindacato (FNSI). Nessun giornale ne ha parlato e già questa è una notizia.

Nell’aula di Bergamo, sede del congresso, ha fatto molto parlare una ricerca che fotografa la situazione di una categoria spesso mitizzata e invidiata da chi non la conosce. Dati sconfortanti. Metà dei giornalisti iscritti all’Ordine non hanno posizione contributiva; i free-lance che dichiarano meno di 5.000 euro l’anno (400 euro al mese!) sono un esercito; le fasce di reddito intermedie, sempre più numerose, si impoveriscono a vantaggio dei pochissimi dai guadagni stratosferici; la popolazione giornalistica invecchia sempre più; su 108 mila (circa) giornalisti ufficialmente iscritti al contestatissimo Ordine, gli “attivi” non raggiungono quota 50 mila; dei 62 mila (circa) pubblicisti presenti nei 108 mila complessivi che formano l’Ordine, appena 4 mila risultano iscritti all’Istituto di Previdenza.

Domandatevi, lettori delle cronache dei quotidiani toscani, chi costruisce quelle pagine, perché sono zeppe di comunicati stampa e avare di notizie scomode, quanto l’editore paga giovanissime leve di “cronisti” ipersfruttati, quanto soffra la qualità dell’informazione.

San Francesco di Sales, se solo fosse interessato, avrebbe un sacco di lavoro arretrato per “proteggere” una categoria dai numeri così strani, dal presente così misterioso, dal futuro così incerto. Ma non è certo questo il patrocinio da chiedere a un antico sacerdote savoiardo inventore di un sistema, quello dei fogliettini messi sotto le porte di chiunque, per difendere le ragioni della fede.

Fosse per me lo cambierei, il santo protettore dei giornalisti. Ce ne metterei un altro, di santi. Punterei diretto su san Giuda: pare sia il protettore delle cause perse, dei casi disperati, degli affari senza speranza. Come, appunto, il giornalismo d’oggi. (sta in “Toscana Oggi” 23 gennaio 2011)

Published in: on 22 gennaio 2011 at 18:37  Comments (2)  
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L’indispensabile pulizia di cui sentiamo bisogno

“Ma soprattutto so che, ancora come un deva­stante tornado, s’è abbattuta non soltanto sul principale leader politico italiano e su un grup­po di suoi amici e amiche e conoscenti, ma sul­l’immagine internazionale del nostro Paese, sui discorsi tra genitori e figli, tra colleghi, persino tra passanti.

So che questa indagine, questa ar­ticolata ipotesi d’accusa col suo corredo di no­mi esotici e di intercettazioni piccanti, è esplo­sa fuori dal forno dov’era stata cucinata ripor­tando sul tavolo – e non solo quello delle istitu­zioni, ma anche quello da pranzo delle famiglie italiane – il fumo più che mai tossico della guer­ra tra settori del mondo delle toghe e settori del mondo della politica e un immangiabile ‘piat­to forte’ a base di potere, sesso e soldi.

So, poi, un’altra cosa molto importante. Tutto questo poteva non accadere. Questa escalation – il passaggio del presidente del Consiglio da possibile «parte lesa» a indagato principe nel fascicolo dedicato al cosiddetto caso Ruby – po­teva non essere sotto i nostri occhi e al primo posto nei nostri discorsi in un momento in cui su ben altro ci si dovrebbe concentrare per il be­ne del Paese.

Si può legittimamente argomen­tare sul motore di questo ennesimo e increscioso affondo giudiziario contro Berlusconi, ci si può persino interrogare sulle straordinarie energie investigative investite in questa vicenda da strut­ture centrali di polizia e dalla procura milane­se.

Ma ci si deve interrogare, credo, anche e so­prattutto su altro.

«In qualunque campo, quan­do si ricoprono incarichi di visibilità, il conte­gno è indivisibile dal ruolo», annotò con preoc­cupazione lo scorso 27 settembre il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. Quella sua preoccupazione era ed è sentita da tanti. E in questi anni questo giornale ha ripetutamente ri­cordato a tutti – premier in primo luogo – che per servire degnamente nella sfera pubblica bi­sogna sapersi dare, e tener cara, una misura di sobrietà e di rispetto per se stessi, per ogni altro e per il ruolo che si ricopre.

Io non so, insomma, come si concluderà l’in­dagine milanese a carico del presidente Berlu­sconi. Ma so che deve concludersi presto.

A noi italiani, a tutti noi, comunque la pensiamo e co­munque votiamo, è dovuto almeno questo: un’uscita rapida da questo irrespirabile polve­rone. E ognuno deve fare per intero la propria parte perché questo avvenga con tutta l’indi­spensabile pulizia agli occhi dell’Italia e del mondo”.

E’ questa la parte finale di un editoriale firmato dal direttore Marco Tarquinio sul quotidiano dei cattolici italiani, “Avvenire”. Mi chiedo cosa sia accaduto, in questo Paese, per essere arrivati – e per tollerare di essere arrivati – così in basso. E mi chiedo quanto occorrerà per far ritrovare la dignità che merita a una parola (politica) oggi così tradita …

Published in: on 21 gennaio 2011 at 06:54  Comments (7)  
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Se un amico ti manda una e-mail per dire: “ho il Cancro”


“Amici tutti, voglio informarvi che anch’io, da febbraio, ho avuto l’incontro col Cancro, l’imperatore di tutte le malattie. La biopsia ha rivelato un carcinoma prostatico a medio grado di differenziazione”.

Non usa mezzi termini il mio amico Paolo Coccheri – l’uomo di teatro che tutti conoscono per la radicalità della sua testimonianza cristiana, l’inventore delle “ronde della carità” e di tante altre diavolerie.

Ha affidato a una e-mail l’ingrato compito di non tenersi solo per sé una notizia così particolare. Ha voluto condividerla con tutti coloro che hanno un po’ di tempo da dedicare alla riflessione.

Dice di chiamarlo in un modo particolare, il cancro. Lo chiama “il Drago“. Rassicura di combatterlo ogni giorno “con speranza e tenacia”. Dice di volerlo “abbattere”, quel drago, e di volerlo fare “dopo una lunga disputa, dolorosa ma leale”.

Racconta di doversi recare tutte le mattine in quel di Careggi per la radioterapia ritrovandosi con tanti “compagni di Cancro” che attendono di essere chiamati. Ma non per nome (“Io sono 19 verde, stanza 6”). Per iniziare la lotta contro il Drago.

Informa, Coccheri, sulla condizione psicologica con cui ogni paziente attende di essere chiamato (“Si parla pochissimo, si evita decisamente di incrociare gli sguardi per timnore di essere giudicati e commiserati”) perchè chi ha incontrato il Cancro “ha la continua angoscia di essere escluso, abbandonato, quasi fosse affetto da una contagiosa partologia. Persone di tutte le età, bambini compresi, per una condizione di pudore e di dolore dell’anima non si parlano, non salutano, non sorridono, solo si nascondono dallo sguardo dell’altro”.

Dice di capire tutto questo ma anche di essere amareggiato davanti alla “angoscia di essere additati come portatori del Cancro e dunque esclusi, rifiutati, abbandonati”.

E aggiunge una considerazione attualissima, specie in giorni così … scandalosi.

“Da troppi anni la cultura imperante ti impone di essere perfetto nel corpo, possibilmente di aspetto giovanile, palestrato, griffato, perennemente abbronzato, sempre sorridente come gli spettacoli televisivi ci insegnano”. Ecco, invece, la reazione di Paolo (“il Cancro come preziosa scuola di vita, di sofferenza nel corpo ma anche nell’anima”) per reagire e abbattere il Drago (“Occorre informarsi sul piano scientifico, armarsi di speranza e di una indomita volontà di guarire, andando oltre la effimera e perversa cultura dei nostri tempi, persuasi infine che la vita è bella nonostante”).

Grazie – amico che soffre e spera, che teme e lotta – per queste parole. E per la tua testimonianza.

Published in: on 18 gennaio 2011 at 11:03  Comments (2)  
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Il secondo sguardo


Devo a un amico grafico una suggestione che mi piace condividere.

Tutti gli anni Renato Scianò invia, in 200 copie, una piccola cartella (“per gli amici”) con divertissment grafici e qualche riga scritta. Per questo 2011 ha fatto lavorare la macchina fotografica digitale e invita a riflettere su quello che chiama “il secondo sguardo”.

Uno sguardo “supplementare” – dice lui – davvero necessario per vedere nuove realtà o altre presenze proprio nello stesso punto in cui abbiamo gettato il primo sguardo”.

Un esempio? Da una foto dedicata all’insieme di un tratto di mura cittadine, escono – per chi voglia vederli – dettagli di presenze nascoste: piccole finestrelle, graffiti, una pietra singolare, una grata misteriosa …

“Senza il nostro secondo sguardo – scrive Renato – queste realtà non le vedremmo mai, esse sarebbero perse per sempre e noi percepiremmo una realtà molto meno ricca … Il nostro occhio è infatti guidato dalla mente che tende sempre a scegliere il messaggio più immediato e facilmente riconoscibile, consegnandolo subito alla memoria che lo cristallizza; per questo vediamo case, pareti, prati, rami quasi sempre come realtà intere facendoci sfuggire, per pigrizia, tanti particolari che non sono affatto nascosti”.

Nessuno, ovvio, ci vieta di estendere la bellezza – e l’utilità – del “secondo sguardo” anche al di là di un tratto di mura cittadine. Non è difficile rendersi conto che la realtà è sempre più ricca rispetto alla prima impressione.

Published in: on 16 gennaio 2011 at 17:33  Comments (1)  
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I furbetti del pittino


Impossibile non vederli, a Firenze, quei maxi cartelloni pubblicitari con un tizio – elegante – che muore in croce sullo sfondo di una scritta inequivocabile (“Perdona loro perchè non sanno quello che indossano”) unita da un’altra altrettanto chiara (“Dio salvi il made in Italy”).

Impossibile non aver saputo che, accanto alla furbizia milionaria del solito fotografo, altri furbacchioni da due soldi hanno esposto – in Pitti Uomo 2011 – altri “cristi” vestiti con eleganza sullo sfondo di una finta chiesa con un finto altare, un finto confessionale, un finto prete e speranze di veri businnes.

Impossibile non pensare a quanto sarebbe accaduto se, al posto di una simbologia cristiana, la corta furbizia del marketing avesse scelto simboli di altre fedi religiose un pochettino, diciamo così, meno … tolleranti.

Impossibile non pensare a quanto distante sia il vero Cristo (ucciso in croce come un malfattore, anche dopo aver invitato i suoi amici a non curarsi nemmeno dei vestiti che avrebbero indossato) dai falsi “cristi” (assoldati per ostentare lusso, eleganza, glamour).

Impossibile non provare tristezza e anche, se è consentito, un po’ di sana protesta per questo tipo di banalissime e perfino controproducenti “provocazioni”. Ben sapendo che, i furbetti, è proprio la nostra protesta che aspettano in gloria.

Ps)- E impossibile non provare il sospetto che il Cristo, da lassù, un po’ se la rida di un mondo così rintronato da pensare che suo Padre abbia voglia di occuparsi nientemeno che di giacche e cravatte, sciarpe e mutande.

Published in: on 14 gennaio 2011 at 21:07  Comments (4)  
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La furbizia (e il cinismo) del buon Oliviero

Ricevo da suor Tina, una religiosa non priva di coraggio che, a Pistoia e dintorni, si occupa di una associazione (“Casa Conchiglia”) molto attenta sui problemi, anche di sfruttamento e di tratta, delle donne.

E’ un appello che, personalmente, volentieri condivido.

Lo condivido pure nella consapevolezza che certi furbi artisti, in questo caso il buon Oliviero Toscani, giocano con le cosiddette “provocazioni” solo perchè, grazie a esse, nel rincoglionimento generale finiscono per incassare parecchi soldi in un “giro” – in genere falsamente “progressista” ma sostanzialmente cinico – fin troppo scoperto. Per adesioni a sostegno inviare una mail all’Associazione Casa della donna: segreteria.casa@tiscali.it
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Le donne dell’Associazione Casa della Donna, indignate e offese, si associano alle proteste degli altri Centri della Rete Toscana nei confronti del Consorzio Vera Pelle che ha commissionato a Oliviero Toscani il calendario 2011. Nel calendario si utilizzano ancora una volta a scopi commerciali l’interezza e la sacralità femminile ed umana riducendola a pezzo di pelle.
Rifiutiamo la logica violenta della provocazione artistica che si pone come ‘superiore’ alla volgarità e che attinge al simbolico per mistificare, confondere e perpetuare i consueti modelli patriarcali di dominio.
Invitiamo le donne tutte a protestare e a boicottare i prodotti che vengono pubblicizzati utilizzando in modo umiliante ed offensivo il corpo delle donne.
E chiediamo con forza alle donne delle istituzioni, dei mezzi di comunicazione, e delle associazioni, di sostenere e diffondere questa protesta in tutti i modi possibili.

Associazione Casa della donna, Pisa – 10 gennaio 2011
Via Galli Tassi, 8; 56126 Pisa

Published in: on 11 gennaio 2011 at 21:44  Lascia un commento  
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Se un “potente” guadagna da solo come seimila “miseri”

Perchè egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto“.
I Salmi – che in genere, alla Messa, facciamo fatica ad ascoltare fra una lettura e l’altra biascicando un ritornello altrettanto frettoloso – offrono miniere di spunti.

Nel giorno dell’Epifania (oggi atteso – ho l’impressione – solo perchè in tante regioni iniziano i “saldi” e tutti possiamo fare la fila per comprarci un maglioncino firmato) c’è spazio anche per questo versetto, dal salmo 72, ricordando come anche i potenti, dopo i poveri, abbiano adorato il Dio fattosi bambino. Con un altro potente, chiamato Erode, che tenta di fregare i Magi facendo finta di voler anche lui adorare il Bambino mentre, invece, aveva intenzioni decisamente diverse.

Ho ascoltato il Salmo, con il richiamo alla liberazione dei “miseri” e dei “poveri”, avendo ancora nelle orecchie una rassegna stampa ascoltata qualche ore prima per radio.

Il grande manager globale dell’automobile, quello che veste in maglioncino e sta facendo molto discutere con i suoi piani industriali, ha una retribuzione fissa, indipendentemente dai risultati ottenuti, pari a tre milioni di euro all’anno: ma, se solo volesse, potrebbe pure tramutare in azioni – e venderle – i suoi 10 milioni di stock options (“scorte di azioni”) ricavando qualcosa come 100 milioni di euro: vuol dire che occorrerebbero almeno 6.000 operai per guadagnare, tutti insieme, come il grande manager globale dell’automobile per il quale, da qui al 2014 sono pronti altri 9 milioni circa di stock options e dunque, un altro bel centinaio di milioni di euro.

E’ del tutto ovvio che un manager, in particolare se lo merita, debba guadagnare bene. Ma è altrettanto ovvio che, specie negli ultimi anni, la forbice dell’ingiustizia si è allargata in modo un tempo impensabile.

E’ accettabile, mi chiedo, che una persona da sola possa legittimamente guadagnare come seimila altre persone? Possiamo ancora, dalla Parola e dalla Dottrina Sociale della Chiesa, estrarre “scorte” di indignazione?

Published in: on 6 gennaio 2011 at 13:42  Comments (3)  
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