Le formichine e l’elefante. Ricordiamoci di “Sbarra”

Si chiamava Dario Flori. Faceva il prete un secolo fa, dalle parti di Quarrata nella campagna pistoiese. Lo chiamavano “Sbarra” perchè era buono e calmo, ma ogni tanto – specie quando vedeva qualche ingiustizia – si inalberava.

Traduceva, nei comportamenti quotidiani, le indicazioni teoriche della dottrina sociale scontrandosi, inevitabilmente, guarda caso, con socialisti e massoni.

Utilizzava i media di allora: soprattutto la carta stampata ma anche le canzonette. Parlava, semplice ma efficace, alla gente semplice. Si faceva capire.

Di lui ricordo sempre uno stornello (“Sia che vada bene, sia che vada male, il mondo va e viene come vuole il giornale. Quando leggi il giornale, non lo leggere a caso, se non vuoi tale e quale, esser preso pel naso“): stornello che mi è tornato in mente in questi giorni.

A proposito di una vicenda, piccolina ma significativa, che rimanda alle enormi capacità manipolatorie da parte del sistema massmediatico.

In una trasmissione tv molto popolare, ciò che appariva come autentico (una donna terremotata, impegnata a tessere le lodi per come il potere aveva gestito il post terremoto) era in realtà una comparsa: pagata per raccontar balle.

Al di là del caso specifico, la nostra condizione davanti all’enorme potere dei media (antichi e post moderni) è quella di una formichina davanti a un elefante.

Ma sappiamo bene che, organizzandosi e prendendo coscienza, talvolta anche le formichine, nel loro piccolo, possono … inalberarsi e stancarsi di essere prese “pel naso”.

E allora son guai. Anche per l’elefante.

Published in: on 30 marzo 2011 at 15:19  Comments (7)  
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Basta con questa guerra … “umanitaria”

“Che strana guerra vicino a noi. Lo scriviamo senza piacere alcuno, anzi con pena. Non è soltanto l’Italia a faticare a darsi un senso, a elaborare progetti fondati su valori condivisi, a perseguire una stessa speranza. Tutti avanti improvvisando, quasi come nelle peggiori “ore del dilettante“.
E quasi come se sulla piazza l’unico professionista, del male, fosse il colonnello Gheddafi. Lui, l’unico ad avere le idee chiare; elementari, primordiali, ferine ma chiare: sopraffare, sopravvivere.

Sarkozy con il suo iperattivismo dalla patina arrugginita di grandeur; Obama che non può reggere da solo la parte del gendarme del mondo ma non riesce a coinvolgere gli alleati permalosi e bizzosi; Cameron che stenta a smarcarsi dalla subalternità verso gli Usa e ora rischia di ritrovarsi subalterno alla Francia; la Nato che da elemento di unità diventa un puzzle difficile da comporre; e il nostro Berlusconi a rimpiangere certe foto imbarazzanti con baciamano.

La guerra fa sempre orrore, anche quella ingaggiata per motivi umanitari e per impedire peggiori tragedie.
Ma questa contro il Rais libico ci lascia attoniti nella sua irrealtà, per l’improvvisazione e la pessima figura di tutti. Da italiani e da europei possiamo non arrossire?

La speranza, una speranza per la quale lavorare, è che questo sia un punto di non ritorno che ci spinga a reagire e a risalire, in serietà e dignità. L’Europa ha bisogno dell’Italia e il mondo ha bisogno dell’Europa. Non questa, ma un’altra. Pacifica e pacificatrice, civile e promotrice di civiltà. Parliamone.
Noi lo faremo, come sempre. Specialmente nel “Tg dei tg”, ogni sera alle 20.50″.

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Ehi, sapete chi ha scritto questo? Tv2000: la tv satellitare della Chiesa Cattolica italiana, diretta da Dino Boffo. Nell’editoriale della sua ultima newsletter, arrivata ieri. Questa mattina, all’Angelus, papa Benedetto XVI ha lanciato un appello affinché le ostilità in Libia cessino esprimendosi in favore di una risoluzione pacifica del conflitto che sta infiammando il paese nordafricano: “Prego per un ritorno alla concordia, rivolgo un accorato appello agli organismi internazionali responsabili e a quanti hanno responsabilità politiche e miliatri affinché venga avviato un dialogo che ponga fine all’uso delle armi”.

Scatenata con una motivazione ufficiale che, ovviamente, oscura – ma non del tutto – la motivazione vera, la guerra non può non farci riflettere. Come cittadini, credenti o meno noi si possa essere. O no?

Published in: on 27 marzo 2011 at 14:57  Comments (3)  
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Giornalismo d’inchiesta. I “misteri” del caso Ilaria Alpi. E non solo.

Aveva scoperto qualcosa di molto grave, tanto che fu uccisa. Accadde 17 anni fa in un anno (il 1994) destinato a fare da spartiacque, a cavallo fra la “prima” e la “seconda” Repubblica nel post tangentopoli.

L’assassinio di Ilaria Alpi e del suo collaboratore Miran Hrovatin è al centro di un volume (“1994. L’anno che ha cambiato l’Italia. Dal caso Moby Prince agli omicidi di Mauro Rostagno e Ilaria Alpi. Una storia mai raccontata”) scritto a quattro mani dai giornalisti Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari.

Quest’ultimo, inviato di “Famiglia Cristiana“, è intervenuto a Pistoia in una serata organizzata da Ucsi Toscana e da “Libera Informazione”, con il patrocinio della diocesi, dedicata a un giornalismo sempre più difficile da praticare: quello “d’inchiesta”.

Si parla, nel volume, di affari sporchi (molto sporchi: traffici di armi e di rifiuti tossici compresi) con intrecci fra criminalità oganizzate, forze occulte, strutture deviate e una politica inquietante.

Un volume duro da leggere: pagine che fanno male, lasciano inquieti. Esattamente come un altro esempio di giornalismo d’inchiesta: quello, raccontato nell’ultima puntata della trasmissione domenicale di Riccardo Iacona su Rai3, sull’incredibile radicamento nel nostro Paese della corruzione.

Una corruzione che, purtroppo, troppo spesso resta impunita e che, alla fine, perfino … conviene (ai singoli che ne traggono vantaggi destinati a restare impuniti, non certo alla comunità che si vede sottrarre risorse per il bene pubblico). Salvo poi scoprire che in galera, ad esempio nelle terrificanti strutture degli ex ospedali psichiatrici, ci finisce solo la povera gente, quella che non ha protezione, quelli che non vogliamo vedere, i cristi davvero poveri.

Tanti i motivi per cui il giornalismo “d’inchiesta” è assai poco praticato preferendo, un po’ tutti, la comodità di un giornalismo molto più tranquillo.

Qualche esempio di “segreti” che ciascuno di noi vorrebbe vedere, localmente o globalmente, raccontati con onestà da un giornalismo la cui unica missione è aiutare il diritto dei cittadini a essere informati?

Published in: on 23 marzo 2011 at 11:36  Lascia un commento  
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Se bombardiamo Gheddafi dopo averci fatto affari

Accolto un anno fa come un leader con il quale fare affari e al quale perdonare tutto – comportamenti a dir poco stravaganti compresi, ricordate la tenda? ricordate le ragazze da convertire? ricordate i caroselli dei Carabinieri? – adesso facciamo parte della coalizione che vorrebbe eliminarlo.

Siamo in guerra con il colonnello Gheddafi, passando dalla politica del baciamano e dei risarcimenti miliardari alla politica dei missili e delle bombe. Gli abbiamo venduto le armi che adesso, Dio non voglia, lui potrebbe “restituirci” indietro nel corso di un’avventura bellica che – come tutte le avventure belliche – si sa quando comincia ma mai quando (e come) finisce.

Giustamente diciamo di voler difendere le libertà dei “risorgimentali” libici, la loro voglia di democrazia. Ma in quante altre parti del mondo altri “risorgimentali” combattono per gli stessi ideali – in territori magari privi di petrolio – e noi non interveniamo?

So bene che questo tipo di vicende, come tutto del resto, ha molte sfaccettature. Ma continuo a sentire una vocina, dentro, che mi mette dubbi. Mi crea disagio. Mi rende difficile restare tranquillo.

Published in: on 20 marzo 2011 at 10:56  Comments (2)  
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“Io sono come una Caritas quotidiana”

A proposito dei bonifici che avrebbe fatto a favore delle ragazze, Berlusconi risponde: “Può mai essere possibile che uno paghi con dei bonifici bancari una prestazione sessuale? Ma dove si è mai visto? Io sono come una Caritas quotidiana. Pago interventi chirurgici, il dentista, le tasse universitarie a tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Così, ieri, le agenzie di informazione.

Di certo il presidente del Consiglio non ha ben chiaro cosa sia una “Caritas”, forse voleva solo fare una battuta. Ma che disagio davanti a questo tipo di battute (e di comportamenti) …

Published in: on 17 marzo 2011 at 18:47  Comments (5)  
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Che bello il documento finale della Settimana Sociale !!!

… Salvaguardare la democrazia … non stravolgere l’impianto della Costituzione … rendere ineleggibile chi ha pendenze con la Giustizia … impegnarsi per la lotta alla criminalità organizzata, per la democrazia interna nei partiti, per riformare la legge elettorale restituendo al cittadino ai potere di scelta, per un federalismo che sia solidale e non schiacci i più deboli …

A scrivere questo, e molto altro di assai avanzato e chiaro, affidando un forte compito al laicato cattolico italiano, a chi da credente si impegna in politica e nel sociale, è il documento finale uscito dalla 46ma “settimana sociale” dei cattolici svolta qualche mese fa in Calabria. In altre parole è la Chiesa Cattolica Italiana.

Il documento integrale, scaricabile dal sito della Conferenza Episcopale Italiana (www.chiesacattolica.it) va conosciuto e iniziato ad applicare. Lasciatemi non nascondere una forte soddisfazione per una Chiesa che parla questo linguaggio.

Published in: on 13 marzo 2011 at 19:07  Comments (2)  
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Se madre Teresa viene usata per chiedere soldi

Da me vorrebbe 15 o 20 euro, ma anche 50 o 70.
E’ una certa “suor Myrna Velasco” che mi ha mandato un bustone pubblicitario, a nome di una associazione onlus con sede a Milano, intitolata “Devoti Madre Teresa per i Bambini“.
Nel bustone oltre a una lunga lettera in cui la “suora” spiega i nobili motivi per cui cerca soldi (i bambini che muoiono di fame) anche un bollettino di ccp e una busta dove inserire una intenzione di preghiera così che “suor Myrna” possa pregare per chi voglio io.

Ma a rendere voluminosa la busta ecco un (“bellissimo” sic) rosario e una bustina bianca in plastica. “Lo tenga – scrive “suor Myrna” – come un mio dono speciale e gratuito. Lo conservi come un simbolo della grande missione di carità di Madre Teresa verso i più deboli”.

Scritto in piccolo piccolo, quasi invisibile in fondo alla lettera, una postilla che la dice lunga: “La nostra associazione si ispira all’insegnamento di madre Teresa di Calcutta, ma non è in alcun modo collegata alla Congregazione delle Missionarie della Carità di Calcutta” (le suore … ufficiali fondate da quel gigante di donna che è stata madre Teresa).

Personalmente sono molto ma molto miscredente verso questo tipo di operazioni da marketing religioso. Spedendo centinaia di migliaia di queste buste con annesso “bellissimo rosario”, sperano – e certo è così – che qualche centinaio si faccia convincere e mandi il suo obolo. Certo andrà per finalità corrette, ma come – mi chiedo – non preferire indirizzi bene conosciuti?

Trovo un numero di telefono e lo faccio. Mi risponde da Milano, gentilissima ma decisamente impreparata a reggere qualche elementare domanda, una certa Enrica. Le chiedo se sono “cattolici” e “riconosciuti dalla Chiesa Cattolica”: subito la risposta è affermativa, ma un secondo dopo – alla prima obiezione – la certezza è assai meno granitica. Vengo rinviato a un certo Sajan George Kavinkalath, presidente del “consiglio dei cristiani indiani”. Chiedo, inutilmente, se è un cattolico. Prima mi risponde che “è il presidente dei cattolici indiani” ma alla mia obiezione ammette che deve “informarsi meglio”. Quanto alle “missionarie dei poveri”, mi dice che hanno sede in Giamaica. E “suor Myrna”? Se le voglio scrivere, devo mandare a loro – nella sede di Milano – che ci pensano loro a tradurre.

Chiedo i bilanci dell’associazione ed Enrica mi promette che me li manderà a casa. Sono sicuro che arriveranno. Mi rimanda comunque al sito.

Esisterà certamente “suor Myrna”, il dottor Kavinhalath sarà di sicuro un’ottima persona, le “missionarie dei poveri” faranno certo cose eccezionali, l’associazione dei “devoti Madre Teresa per i bambini” raccoglierà fondi e questi arriveranno dritti ai bambini poveri. Non ho dubbi. Ma se voglio fare beneficienza, se voglio donare qualche euro, io preferisco – invece che affidarmi a questi metodi da fund raising – puntare sul consolidato e sicuro sistema delle Caritas. O perché no, nel nome di madre Teresa di Calcutta, alle sue suore.

Quanto al rosario -simbolo preziosissimo di una fede semplice e pulita, ma smnbolo che mi fa tristezza vedere strumentalizzato a fini di raccolta soldi – spero solo che chi l’ha fatto realizzare abbia almeno rispettato le norme etiche del lavoro. Comprese quelle sul lavoro minorile.

Published in: on 10 marzo 2011 at 11:29  Comments (3)  
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“Anche una suora di clausura lavora”

8 marzo 2011 – “Anche un poeta lavora, anche una suora di clausura lavora”. Così, sabato scorso a Pistoia, il presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo che teneva una lezione dedicata ai “giovani valori della Costituzione”.

Ha commentato, fra l’altro, anche l’articolo 4 della nostra Carta fondamentale. Questo articolo: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

L’articolo – ha precisato – segna una tottura con un certo passato quando molto, se non tutto, si fondava sul denato o sui titoli di nascita. Oggi tutto si fonda (dovrebbe fondarsi) sul lavoro: e i padri costituenti, in poche splendide parole, seppero collocarlo nella sua più ampia dimensione comprendendo, appunto, molte forme di lavoro. Compreso quello dei poeti o di chi, nel chiuso di un convento, prega.

Un pensiero, in questa giornata di festa, anche per le suore di clausura. Anche loro lavorano.

Published in: on 8 marzo 2011 at 07:27  Comments (4)  

Scuola: una questione che riguarda tutti. Ma proprio tutti.

Riceviamo (da don Massimo Biancalani e Mauro Matteucci del Centro di documentazione “don Lorenzo Milani” di Pistoia) e volentieri pubblichiamo, con invito a condividere ulteriori commenti su ua questione (l’emergenza educativa) che riguarda tutti. Ma proprio tutti. E su cui si è anche soffermato lo stesso presidente dei vescovi italiani (“Ho fiducia e stima in tutta la scuola”) card. Bagnasco. (mb).

MA ESISTE ANCORA LA POLITICA?
L’attacco ai docenti da parte del capo del governo è di una gravità estrema, perché colpisce un’istituzione basilare dello Stato, che inoltre attraversa una fase di profonda trasformazione, nella quale proprio l’azione degli insegnanti/educatori diventa ancora più fondamentale.

La scuola è chiamata infatti, a rispondere con urgenza a una serie di sfide della società, in cui il suo ruolo si conferma insostituibile. Additando gli insegnanti che inculcano idee politiche negli studenti , si mira a demolire la grande idea di una scuola democratica, inclusiva ed emancipatrice secondo il dettato costituzionale. Proprio in un tempo in cui, attraverso la pervasività dei media televisivi, si vuole distruggere i fondamenti etici dell’intera società.

Col pretesto che gli insegnanti prevaricano con le loro idee “sovversive” sui “sani” principi delle famiglie, un luogo di grande opportunità formativa viene trasformato in ghetti sempre più segreganti per i figli di un Dio minore, dai cosidetti “meno dotati” o “difficili”, ai diversamente abili, ai figli degli immigrati.

In questo disegno la contrapposizione tra scuola pubblica e scuola privata è strumentale e mistificante, perché unico è il loro fine culturale e formativo, che ha sempre il suo fulcro vitale nell’aderenza alla concretezza della realtà e nell’attenzione all’allievo: fuori, i giovani non esistono spesso come persone.

La bellezza del lavoro scolastico nasce proprio dalla reciprocità del rapporto quotidiano tra le persone, perciò la costruzione del sapere e della coscienza critica si realizza soprattutto “insieme”, come ha saputo esprimere splendidamente don Milani: Il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.

Ma esiste oggi, ancora una Politica nel senso più vero e autentico della parola?

Published in: on 6 marzo 2011 at 12:43  Comments (1)  
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Ragazzi: che mi dite sull’ora di religione?

Numeri, statistiche, sondaggi, percentuali possono essere letti in tanti modi. Esisterà sempre un “bicchiere” da vedere o come mezzo pieno o come mezzo vuoto.

Così anche per i dati, generali e pistoiesi, sul cosiddetto “avvalimento” da parte degli studenti dell’IRC (insegnamento religione cattolica): la famosa “ora di religione“. Amata, odiata, oggetto di tanti confronti.

Nelle scuole pistoiesi, 82 studenti su 100 la scelgono e questo vuol dire che solo 18 su 100 la rifiutano. Alle secondarie superiori si scende al 65% (e ciò significa che un buon 35% rifiuta l’ora di religione).

In certe scuole è avvenuto il “sorpasso”: chi rifiuta “religione” è più numeroso di chi che la sceglie. Ma spesso il rifiuto non è accompagnato da una scelta “alternativa”: si finisce per entrare a scuola un’ora dopo o uscire un’ora prima. Una comoda scelta “del nulla”?

Altre diocesi stanno peggio di noi. Ma questi numeri confermano la necessità di una seria riflessione, in particolare quando per la Chiesa italiana è iniziato il decennio sulla “emergenza educativa“.

Come far capire che l’IRC non ha una valenza di “indottrinamento” ma è un fondamentale aiuto per capire meglio una lunga storia di identità (e di cultura) oggi preziosa anche per abitare insieme a persone di culture, e fedi religiose, diverse?

Come raccontare ai giovani, in un contesto culturalmente sempre più debole, che la conoscenza sui fondamenti del cristianesimo è essenziale per entrare, ad esempio, in un qualunque museo?

Come far riflettere sull’importanza di una dimensione anche “verticale” che sia di aiuto alla dignità stessa di un uomo che molti poteri, oggi, vorrebbero schiacciare solo a una dimensione “orizzzontale” vedendolo come docile consumatore e obbediente suddito?

E allora mi piacerebbe, come vescovo, sentire il parere di qualche giovane della mia diocesi: sia quelli che, a scuola, hanno scelto l’ora di religione e sia quelli che hanno fatto una scelta diversa.

La domanda (“Perchè?”) è facile. Sono curioso di leggere qualche risposta. Chi comincia?

Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia

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