Cosa insegnare ai nostri bambini

“Abbiamo il dovere di insegnare ai nostri bambini che non è solo il vincitore del Super Bowl che merita di essere celebrato, ma anche il vincitore di una “fiera delle scienze”; dobbiamo insegnare che il successo non è in funzione della fama ma è fatto di duro lavoro e di disciplina”.

Parole di Barack Obama, presidente Usa, nel discorso sullo “stato dell’Unione” il 25 gennaio 2011.

In una comunità ecclesiale – la nostra – impegnata proprio sulla sfida “educativa”, sono parole che fanno riflettere. Anche per via di una certa … differenza (di stile e di contenuti).

O no?

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Published in: on 10 aprile 2011 at 10:36  Comments (3)  
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3 commentiLascia un commento

  1. Siete magnifici esempi!

    ma……chi si loda si imbroda…..

  2. Educare significa far crescere con l’esempio. I nostri bambini imparano guardandoci.
    Un tempo i figli dei contadini vedevano i genitori tornare dai campi con le mani sporche di terra, con la pelle del loro viso bruciata dal sole, con le ossa rotte dal lavoro e apprezzavano poi il sapore del piatto di minestra che la mamma dava loro perchè sapevano quanto sudore era costata; imparavano così il valore del sacrificio.
    Ora che cosa c’è di educativo? La famiglia? La scuola? La società?
    I nostri poveri bambini spesso vengono educati dal televisore e dai video games e anche la scuola pullula di esempi negativi ( sono un’insegnante anch’io), ma non hanno colpa perchè chi ha il dovere di dar loro l’esempio molte volte non è in grado di farlo. Io rivolgo sempre la mia preghiera al Signore:AIUTALI TU !

  3. Non insegniamo ai bambini quel che hanno insegnato a noi: a subire le istituzioni corrotte, ad avere invece di ESSERE, a credere in un Dio che somiglia troppo all’Uomo che se l’è fabbricato su misura per giustificarsi e mi fermo qui.
    Queste verità non le ho apprese né dal maestro, né dal catechista. L’ESSERE E NON AVERE, prima di Schopenhauer e Ibsen, fu espresso da un mio saggio antenato materno: Daniele Zeno di Vigo di Fassa (Tn) figlio di un venale bottegaio che intrallazzava con il clero tirolese. Daniele, schifato della venalità paterna, disprezzò la ricchezza e visse di poco. Nel 1628 fu eletto principe-vescovo di Bressanone e dai carteggi che lo riguardano ho avuto la conferma della sua sobrietà neoplatonica. Il suo stemma recava il motto: “Esse, non habere, nec haberi”. Questo precetto mi ha giovato ad ‘essere’ fino a un certo punto, a tenermi sulla via di mezzo nell’avere’. Quanto all’ ‘essere avuto’ potrei vantarmi di non essermi mai prostituito al potere corrotto, profano o confessionale che sia. Nel complesso son vissuto LIBERO nel senso onesto el termine. – Silvio Valenti de Wiederschaun


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