Sulla strada del Concilio con il passo “del montanaro”

L’altro giorno, come immagino migliaia di altre persone, ho ricevuto una mail (che definire delirante è poco) da un tizio, diciamo cattolico tradizionalista. Sostiene che il Concilio Ecumenico Vaticano II è opera del demonio e strumento di un complotto della massoneria internazionale. La tesi è decisamente folle, ma non mancano – a mezzo secolo dal Concilio – interpretazioni negazioniste dotate di una minore stravaganza così come non mancano, sul lato opposto, interpretazioni semplificatorie magari di chi i documenti conciliari o li interpreta a modo suo o – cosa possibile – neppure li ha letti.

Pensavo a questo, ascoltando l’apertura della Settimana Teologica pistoiese dedicata ai “sentieri interrotti” del post Concilio in Italia. Il relatore, don Saverio Xeres, nella parte finale del suo intervento ha indicato “qualche passo” per camminare nell’esaltante sentiero del Concilio: la centralità della Parola e del Cristo nella vita della Chiesa, la riscoperta della umiltà e della essenzialità, la consapevolezza di avere sempre bisogno degli altri …

Seguendo anche il titolo generale della Settimana (“Una Chiesa in cammino“) e stando dietro all’immagine – molto cara a molti fra noi – del camminare su sentieri di montagna, come scordare l’importanza di alcuni punti fermi per non smarrirsi su quei sentieri – dove spesso arriva la nevbbia e dove il clima cambia rapido – e per affrontare al meglio le inevitabili fatiche del camminare?

Possono, ad esempio, aiutare fonti d’acqua fresca e segnali sui sassi; può aiutare il famoso “passo del montanaro”, quello fatto non di strappi improvvisi ma di un procedere lento e costante; può aiutare la necessità di camminare non da soli (magari per arrivare primi dimostrando che si è più bravi) ma di farlo tutti insieme (magari fermandosi, ogni tanto, per aspettare chi è rimasto indietro); può aiutare un bastone, per appoggiarsi e all’accorrenza per scacciare qualche vipera (sempre possibile trovare qualche vipera su certi sentieri di montagna.)

Può aiutare un abbigliamento adeguato (il classico “vestirsi a cipolla”, l’avere un kwai, l’indossare scarpe adatte). E certo aiuta un “dettaglio”: quelle croci, quelle immagini sacre che ogni tanto si trovano sui sentieri. Messe lì per far riflettere su ciò che è importante davvero.

 

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Published in: on 6 settembre 2011 at 07:57  Comments (3)  
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3 commentiLascia un commento

  1. Definire “cattolico tradizionalista” il “tizio” che ha espresso concetti “deliranti” sul Concilio Vaticano II mi sembra una mancanza di rispetto nei confronti dei veri cattolici tradizionalisti. Inoltre non si può liquidare qualsiasi critica all’interpretazione del Concilio come “interpretazioni negazioniste dotate di una minore stravaganza”.

    Riporto alcuni brani tratti dalle relazioni della settimana teologica e li metto a confronto con alcuni brani tratti dal discorso di Benedetto XVI alla curia romana del 22 dicembre 2005. A mio parere risulta evidente una dissonanza tra l’ermeneutica del Concilio del Sommo Pontefice e quella dei relatori della settimana teologica pistoiese.

    1) “Con il Concilio Vaticano II – ha premesso la giovane teologa toscana – cambia la visione della Chiesa, non più una “societas” sotto l’autotità di Cristo e dei successori degli apostoli..[?!], ma come popolo di Dio che partecipa della comunione trinitaria e che vive la comunione tra tutti i suoi membri.”…..”Dai documenti del Vaticano II Dei verbum e Lumen gentium emerge una nuova visione di Chiesa[?!], una Chiesa sinodale, in cammino, un soggetto dinamico che cresce grazie a tutti i suoi membri. Una comunità in cui ogni membro, grazie al proprio carisma unico e specifico, partecipa della missione profetica.” SERENA NOCETI

    2)”Il Concilio è stata una “svolta fondamentale” nella lunga storia della Chiesa; è stato uno “snodo” di enorme rilevanza. Con il Concilio c’è stata una “dis-continuità”[??!!] che ha abbattuto quel diaframma (la “tradizione” con l’iniziale minuscola, non certo quella con l’iniziale maiuscola) che si era andato creando;” XERES

    Il Sommo Pontefice, invece, afferma:
    “…Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione.

    I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti.

    Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”. Essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna.

    Dall’altra parte c’è l’”ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato. È un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino.

    L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito.

    In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale. In questo modo, esso viene considerato come una specie di costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova. Ma la costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo stesso. I Vescovi, mediante il Sacramento che hanno ricevuto, sono fiduciari del dono del Signore. Sono “amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1); come tali devono essere trovati “fedeli e saggi” (cfr Lc 12,41-48). Ciò significa che devono amministrare il dono del Signore in modo giusto, affinché non resti occultato in qualche nascondiglio, ma porti frutto e il Signore, alla fine, possa dire all’amministratore: “Poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto” (cfr Mt 25,14-30; Lc 19,11-27). In queste parabole evangeliche si esprime la dinamica della fedeltà, che interessa nel servizio del Signore, e in esse si rende anche evidente, come in un Concilio dinamica e fedeltà debbano diventare una cosa sola. (discorso di Benedetto XVI alla curia romana del 22 dicembre 2005)”.

    Cordiali saluti,
    Bruno Scarpini
    via Busoni, 1 Pistoia

    • Egregio Signor Scarpini: la prego di credere che quel testo da me citato è davvero delirante (definire “massone” un pontefice come Paolo VI e “complotto massonico” un Concilio come il Vaticano II, presumo e spero appaia delirante pure a lei).

      Quanto alle sue opinioni, ne prendo volentieri atto. Il bello di un blog è anche quello di fornire una libera palestra per libere opinioni (anche se, visto che abbiamo tutti la stessa comune Appartenenza, mi ostino a credere che quella sia più forte rispetto ad altri tipi di appartenenze).

      Desidero anche far presente che i “brani” da lei contestati (e messi a confronto con “brani” di papa Benedetto XVI) sono stati riportati sul sito diocesano come contributi, necessariamente sintetici e di stampo giornalistico, rispetto alle assai più articolate relazioni della “Settimana Teologica 2011”. Ogni firmatario, com’è logico, si assume piena responsabilità rispetto alla sintesi inviata a pubblicata.

      Per un confronto completo, corretto e non fuorviante fra le parole completi del Santo Padre e i testi completi dei relatori, riterrei dunque opportuno attendere la pubblicazione integrale degli atti.
      La ringrazio per l’attenzione.

      Mauro Banchini (direttore Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesi di Pistoia)

  2. … e la gioia ineffabile quando si arriva alla meta, in vetta, anello di congiunzione fra la terra e il Cielo…


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