Silvia

Non riesco a dimenticare Silvia. Era una collega. Faceva, in un ente diverso, il mio stesso lavoro: cercare di informare i cittadini, nel modo più onesto possibile, su come la loro delega politica viene esercitata nelle istituzioni pubbliche. Un lavoro complicato, ma – se uno ci crede – anche di una certa importanza con un obiettivo alto: tentare di aumentare il livello di trasparenza nei Palazzi del potere politico (possiamo riuscirci meglio o peggio, spesso non ci riusciamo affatto restando invischiati in altre logiche, ma fare il giornalista in un ente pubblico dovrebbe significare proprio questo).

Da domenica 18 settembre 2011, Silvia non c’è più. Martedì 20 eravamo in molti, in una chiesa francescana turbata anche dal confronto fra la verità e le convenzioni. Tutti sappiamo come è terminata la vita terrena di Silvia, ma tutti abbiamo scelto di non raccontare, di stendere un velo (pietà? ipocrisia?) sulla vicenda di questa donna, sulle sue sofferenze, su ciò che la sua morte ha voluto comunicarci.

Tutto sommato non la conoscevo neppure molto. Ci si sentiva poche volte all’anno. E prevalentemente per telefono. Eppure la morte di Silvia mi resta attaccata. Non riesco a dimenticare. Magari, come tutti, fra qualche tempo dimenticherò anch’io. Ma che tristezza non sapere dove collocare il confine fra pietà e ipocrisia …

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Published in: on 26 settembre 2011 at 21:04  Comments (4)  
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4 commentiLascia un commento

  1. La scelta è stata fatta dalla sorella.
    Tutti sanno ormai come sono andate le cose. Certamente chi le voleva bene, lo sa. I curiosi che leggono i giornali la mattina, forse no. Ma adesso, per favore, tutto questo parlare di ipocrisia, trasparenza, non ha senso in questo caso. Per cui il silenzio, adesso, è necessario.
    Nilo

  2. La ballata di Silvia

    Sono passati omai dieci giorni da quando un sms mi ha informato che Silvia era morta. Quando ho saputo la verità mi è venuta in mente una delle più belle canzoni di Fabrizio De Andrè, La ballata di Michè.
    Ricordate?
    Quando hanno aperto la cella…
    E il pensiero di Silvia raramente mi abbandona. Me ne sono più volte chiesto la ragione visto che eravamo colleghi, che ci conoscevamo, ma che erano mesi che non ci sentivamo. E che i nostri rapporti professionali erano stati molto sporadici. E neppure idilliaci. Stili diversi, una duplice ruvidità di carattere, una stessa puntigliosa cocciutaggine.
    Ma allora perchè? E’ vero che l’ascoltavo abbastanza spesso su Radio diffusione Pistoia dove conduceva una rubrica dedicata all’attività della Provincia di Pistoia. E che la consideravo brava in quel ruolo. Ma ciò non è sufficiente a motivare la vera e propria ossessione che ho maturato dopo il suo gesto. Eppure, usando del mio mestiere e interrogando amici e conoscenti, ho saputo che ci aveva provato un paio di volte, che era soggetta a crisi e che sotto quella scorza sicura e un po’ aggressiva, era fragile. Troppo fragile.
    Troppo tardi ho saputo che si era rinchiusa in una cella. Non perchè il saperlo avrebbe cambiato qualcosa, quanto perchè mi fornisce un alibi troppo comodo. Che tuttavia non riesce a placare la mia mente agitata.
    Silvia è la riprova del madornale errore rappresentato dalla mia egoistica autoreferenzialità.
    E’ una delle tante, stavolta drammatica, delle occasioni mancate di cui purtroppo riusciamo a costellare le nostre vite. E’ lo spreco di una vita, il più doloroso che possa esistere.
    E’ un atto di accusa. E quell’accusa mi riguarda. Mi fa sentire responsabile di una egoistica rinuncia ad un rapporto che avrei potuto coltivare.
    E’ una macchia, non certo la sola, ma al momento una delle più brucianti, sulla mia “fedina psichica”.
    E’ una sfida, con sconfitta finale, alla mia testarda razionalità.
    Mi interrogo su questo ma non so dire se abbia voluto lanciarci un ultimo disperato messaggio o se non ne avesse affatto l’intenzione.
    Per me è come se quell’intenzione l’abbia avuta. Il messaggio mi appare forte e chiaro: io non sono stato capace di fare nulla per lei. Nessuno ne è stato capace. Ma degli altri poco mi importa. Che altro di meglio avrei avuto da fare? Che altro di più utile avrei potuto fare? Adesso è tardi. Troppo tardi. E l’unica parte che mi è concessa è quella di far parte della commedia dell’inganno messa in scena da una città intera e alla quale io stesso non ho scelto, ma ho accettato di partecipare. E di cui anche questo doppiamente tardivo scritto, farcito di facili espedienti di bassa macelleria giornalistica, ne è la riprova.
    Nessuno, me compreso, ha il coraggio di dire che il re è nudo. Forse perchè è lui stesso ad esserlo.
    E se ne vergogna.
    Quanti falsi pudori, quanta ipocrisia, quanti sepolcri imbiancati.
    E tu, Silvia, che dal tuo continui a tormentarmi, forse tuo malgrado.
    Tutte le volte che un gallo…

    Tiziano Carradori

  3. Caro Mauro, condivido in pieno quello che hai scritto.
    Personalmente, dalla mia memoria, ho il ricordo di Silvia, durante gli incontri del Presidente Venturi con la stampa per gli auguri di Natale. Momenti cordiali e sereni. Un sorriso e una professionalità che mettevano a proprio agio. Devo dire che, negli ultimi tempi, non ricevevo più i suoi inviti e i suoi comunicati.
    Rimane una grande tristezza, ma anche unn serie di domande scomode.
    Perchè..???….
    Maurizio

  4. Non conoscevo Silvia e di fronte a certe scelte nulla si può dire.Anch’io però lavoro in una Pubblica Amministrazione e so bene, al di là delle belle parole,quanto poco rispetto ci sia per la tanto decantata trasparenza.E questo nelle persone oneste, sensibili,che magari hanno creduto in certi ideali politici ma che soprattutto ritengono che il proprio lavoro debba essere al servizio della cittadinanza non può che creare sofferenza.


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