La sopravvivenza del formicaio

Enzo Mazzi non l’ho mai conosciuto. Nè quando quel preliminare “don” era … regolare né dopo.

Oltretutto mi ha sempre dato un certo fastidio sia il “donmazzismo” sia la copertura a lui concessa da ambienti che, in modo fin troppo palese, si posizionavano verso di lui con strumentalità anche politiche.

Ed è per questo che l’altro giorno, vigilia di Natale a poche ore dalla veglia all’Isolotto, non ho approfondito un ricordo – pubblicato su “Repubblica Firenze” – con una sintesi (da “Micromega“) di un saggio firmato Valerio Gigante. Devo a un collega l’invito a leggerlo, quel pezzo con un rinvio a uno studio pubblicato qualche anno fa su “Nature” dedicato alla sopravvivenza del formicaio.

Che poi, come evidente, è uguale alla sopravvivenza della Chiesa.

Si rimanda, per spiegare quella sopravvivenza, a “un delicato equilibrio tra conformismo e creatività, fra obbedienza e disobbedienza, fra sequela e ribellione”. E viene spiegato che “le formiche tendono inizialmente a seguire in fila indiana il percorso scelto dalla formica che per prima ha scoperto il cibo. I feromoni rilasciati dall’esploratrice sul percorso impediscono di deviare. Ma a un certo punto – proseguiva Enzo Mazzi – si crea un ingorgo che impedisce di giungere al cibo. Il principio istintivo della sequela acritica mette a rischio la sopravvivenza del formicaio. Scatta un altro principio, anch’esso iscritto nell’istinto: la creatività, la disobbedienza, la ribellione. Una o più formiche si ribellano alla legge dei feromoni. E prendono un’altra strada. Il cibo è di nuovo assicurato. Il formicaio è salvo”.

Trovo che questa sorta di apologo disegni, anche in ambito ecclesiale, una suggestione stimolante. E forse dovremmo tutti riflettere – in una Chiesa anche locale dove non mancano le spinte divaricatrici e dove accade perfino che portatori di una “linea” neppure parlino con i portatori di una “linea” diversa – sulla utilità pratica (oltre che sulla bellezza teorica) di “salvare il formicaio” attraverso la delicatezza dell’equilibrio, mai scontato, fra tradizione e innovazione.

E poi, nel pezzo di Gigante, arriva Almafida.

Una donna, con questo buffo nome, che per decenni , ha vissuto raccogliendo con il marito spazzatura nella discarica sulla “Montagnola”, a ridosso dell’Isolotto, dove una certa speculazione edilizia dei decenni successivi ha costruito tristi palazzoni per mandarci la gente povera.

In età avanzata Almafida chiamò il nipote per consegnargli tre oggetti appartenuti alla famiglia (e adesso custoditi nell’archivio storico della comunità di Enzo Mazzi). “Questi due attrezzi sono un forcone e un marraffio e servivano al tuo babbo – disse Almafida – ai tuoi zii e ai tuoi nonni per scegliere la spazzatura e comprare un po’ di pane. In quest’altro incarto c’è un libro e questo è servito per un altro tipo di pane: quello della dignità e della speranza”.

Era un libro scritto da Mazzi (“Incontro a Gesù“). E la vecchia sussurrò al nipote queste altre parole: “Gesù era amico di noi poveri e nessuno ce lo aveva mai detto. Abbiamo vissuto l’inferno, quello vero, non quello inventato. Com’era lontano Dio! Come si tenevano a debita distanza coloro che nel tempio predicavano in suo nome! Poi arrivò un soffio di vento e un brivido di speranza, sembrava che dall’inferno si potesse uscire: qualcuno si era messo a cercare Dio proprio nell’inferno, tra la gente come noi”.

Ho molto ringraziato quel mio collega per avermi “costretto” a leggere questo articolo …

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Published in: on 29 dicembre 2011 at 19:08  Lascia un commento  
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