Don Ivan e la statua della Madonna

Siamo, noi esseri umani, così imperfetti e fragili da avere bisogno di simboli. Siano essi negativi o positivi.

A proposito dei primi, per quanto riguarda la Chiesa, si  sta molto parlando  e scritto del “corvo”, di certi Palazzi, di certe “manovre”. E tantissimi, fra noi, sentono fortissima l’esigenza di pregare il buon Dio perchè ci aiuti tutti quanti – partendo dai Palazzi – a ritrovare qualcosa evidentemente perduto o non completamente vissuto.

Da ieri mattina il disastro del terremoto emiliano ci offre un altro simbolo, di ben altra categoria: non un volatile preso a emblema del tradimento (e dello smarrimento), ma un essere umano: un prete, come si dice, “di campagna”; un parroco rimasto travolto dalle macerie della sua chiesa perchè stava cercando di salvare una statua. Una statua, per quanto si è capito, di nessun valore economico ma dall’evidentissima forza simbolica. Una statua della Madonna.

Abbiamo bisogno di simboli, noi esseri umani così imperfetti e fragili. E don Ivan, morto perchè pure lui stava cercando qualcosa di perduto, è diventato il simbolo di una Chiesa che sentiamo vicina, bella, pulita, credibile.

Adesso che don Ivan ha raggiunto davvero Maria, siamo in tanti a chiedergli un aiuto. Da simbolo a simbolo.

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Published in: on 30 maggio 2012 at 05:50  Lascia un commento  
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La dignità del lavoro. Fra dono e mercato.

Luigino Bruni, economista, parlando oggi in una delle ultime conferenza di “Dialoghi sull’uomo“, ha raccontato di essere debitore a Primo Levi di una immagine. Quella del muratore italiano che, imprigionato nel campo di Auschwitz, era obbligato a costruire un muro: era ovviamente profondo il suo odio verso gli aguzzini che dominavano il campo di sterminio, però lui – il muratore – quel muro lo costruiva comunque perfetto. In quel luogo privo di dignità, lui voleva non perdere la sua dignità di uomo e, per dignità, costruiva ad Auschwitz un muro a regola d’arte. Da qui Bruni ha sviluppato un bel ragionamento sul rapporto dono/mercato.

Ma ascoltare la storia lontana di quel muratore italiano in Auschwitz, mi ha fatto riandare – nella assoluta bellezza della Sala Maggiore del Palazzo Comunale di Pistoia – a un’altro, analogo, concetto espresso, tanti anni fa, da Giovanni Michelucci.

Notava, l’architetto pistoiese, che sulla cupola del Brunelleschi, a Firenze, si trovano “murature eccezionali eseguite in perfezione assoluta” soprattutto pensando che lassù, così in alto, nessuno vedrà mai, da vicino, quei mattoni “messi di spina”. Idem, notava Michelucci, sulle guglie più alte delle cattedrali francesi: qui si trovano sculture di altissimo livello, lavori di grande preziosità. Che nessuno vedrà mai da vicino.

Perchè, si chiedeva Michelucci, gli autori hanno fatto cose così perfette se nessuno mai saprà il loro nome né mai, lassù, qualcuno vedrà da vicino le loro opere?. “Ma che importa – rispondeva l’architetto, esattamente come oggi ci ha ricordato l’economista – non importa nulla. Loro (gli autori misteriosi) fecero quello che dovevano fare”.

Published in: on 27 maggio 2012 at 18:48  Comments (1)  
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L’obolo della vedova e i dialoghi sull’uomo

Stimolante la lezione tenuta stamani, sotto il tendone in piazza Spirito Santo per “Dialoghi sull’Uomo 2012“, dal “non credente” (lo ha detto lui, ma io ad ascoltarlo non me n’ero proprio accorto) Salvatore Natoli. Parlava, il filosofo, sulla logica del “dono” e sul rapporto fra due dimensioni (gratuità e utilità) che lui ha alla fine unito – in modo assolutamente convincente – con il concetto di “giustizia“.

Cercare la giustizia – ha detto – è il massimo della utilità mentre senza giustizia non può esistere il “dono”. Al massimo esiste il “regalo”, che è altro. Al massimo esiste il “capitalismo compassionevole”: il ricco (aggiungo io) che si china sul povero fregandosi le mani perchè, per fortuna, esistono i poveri.

Ed ha concluso, Natali, con il brano evangelico (Luca, 21) sull’obolo della vedova contrapposto a quello dei ricchi: lei gettava solo due spiccioli, ma era quanto aveva, mentre loro gettavano offerte pesanti, ma erano comunque il loro “superfluo”. Quella vedova è stata massimamente “utile” perchè “essere utili è l’umiltà del dono, fare regali la superbia della presunzione”.

Grazie, o “non credente” Natoli che magari credi meglio tu di tanti fra noi …

 

Published in: on 26 maggio 2012 at 12:58  Lascia un commento  
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