Cacciabombardieri: quando ritirarsi è saggio

“Fra tutte le voci da tagliare non è mai apparsa una che, pure, c’è e pesa sul bilancio di uno Stato costretto a erogare minori servizi essenziali: le missioni militari internazionali. Non è arrivato il momento di decidere un loro serio ridimensionamento, e persino uno stop, prima di tagliare prestazioni dirette a cittadini davvero in difficoltà?”.

L’interrogativo – come scrivevamo il 18 agosto scorso – non viene da un “grillino” né da qualche vetero “comunista”. Era stato infatti un editoriale di “Avvenire“, quotidiano dei vescovi italiani, a porre il giorno precedente una domanda che in molti sentiamo di fare nostra.

Ciò avveniva nel contesto della manovra finanziaria di luglio. Adesso, dopo le altre manovre lacrime-sangue e quelle che certo dovrammo ancora venire, la domanda si fa ancor più attuale e stringente. E va ovviamente riferita, in primo luogo, agli ormai famosi 15 miliardi di euro (cifra evidentemente colossale) che l’Italia, dal 2002, si è impegnata a spendere per acquistare 131 caccia bombardieri F35.

Se quanto si legge sui giornali è vero (non esistono tutte quelle penali, in caso di ritiro dal progetto, di cui l’attuale ministro Di Paola parlava nel tentativo di difendere quella spesa che, peraltro, lo vide protagonista nel 2002 quando firmò l’accordo in veste di segretario generale della Difesa), siamo in molti ad avere ragione pensando che la strada della saggezza sia, a questo punto, obbligata: ritirarsi dal progetto F35 o, comunque, dare una ridimensionata consistente.

Un governo tecnico, chiamato “solo” a rimettere a posto i conti, può far finta di nulla chiedendo sacrifici soprattutto ai più deboli e, in contemporanea, accettando di spendere cifre folli in strumenti di morte?

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Published in: on 4 gennaio 2012 at 10:49  Comments (3)  
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E se tagliassimo qualche bomba?

Fra tutte le voci da tagliare non è mai apparsa una che, pure, c’è e pesa sul bilancio di uno Stato costretto a erogare minori servizi essenziali: le missioni militari internazionali. Non è arrivato il momento di decidere un loro serio ridimensionamento, e persino uno stop, prima di tagliare prestazioni dirette a cittadini davvero in difficoltà?”.

L’interrogativo non viene da un “grillino” né da qualche vetero “comunista”. E’ stato l’editoriale di “Avvenire“, quotidiano dei vescovi italiani, a porre – ieri – una domanda che in molti sentiamo di fare nostra. Fra i suggerimenti per migliorare la manovra-bis varata dal governo, Eugenio Fatigante (del quotidiano cattolico) pone anche l’eterna questione delle spese militari: spese alle quali basterebbe qualche taglio per ridurre l’ingiustizia di una manovra che mette le mani, al solito, soprattutto nelle tasche dei più deboli.

Fra i motivi per cui anche l’Italia è impegnata in costosissime (anche in termini di vite umane) azioni militari, ce ne sono anche di assai poco nobili: in genere legate alle guerre per il petrolio o per il gas. Oltretutto la capacità di risolvere i problemi con le guerre è decisamente scarsa.

Tutti lo sanno così come tutti fanno finta che non esista l’articolo 11 della Costituzione, quello che vieta di affrontare le controversie internazionali attraverso lo strumento bellico.

L’editoriale di “Avvenire”  offre davvero una bella strada. Che – sono certo – nessuno, fra politici e cittadini così deboli, vorrà percorrere.

Published in: on 18 agosto 2011 at 07:49  Comments (2)  
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