Sull’ultimo Pupi Avati

Ieri sera siamo riusciti a vedere l’ultimo film di quello che per me è davvero uno dei registi più grandi oggi in circolazione (Pupi Avati): film che è subito sparito dalle grandi sale di città, a testimonianza di quanto discutibile sia – in ogni settore, compresa la distribuzione cinematografica – affidarsi alle sole logiche mercantili. L’ho trovato in una delle ormai pochissime (onore ai loro enormi sforzi per reggere !!!) sale di paese. Si chiama “Il cuore grande delle ragazze” ed è il solito, incantevole, racconto che da anni va facendo Avati sui suoi ricordi, sulla vita di un tempo, sui sentimenti, sui valori, sul passato e dunque inevitabilmente anche sul presente.

Fra i mille spunti ce n’è uno, doppio, stupendo: riguarda gli ultimi momenti della vita di un essere umano. Quando ognuno moriva nel suo letto, in casa sua, accanto a parenti e amici di una esistenza intera. C’era un sistema per “ritardare” la partenza e subito dopo un sistema per “accelerare” il viaggio estremo.

Quando si capiva che per il moribondo (almeno quelli di sesso maschile) non c’era più nulla da fare, gli si metteva accanto una signora o una signorina disponibili per un piccolo pubblico sacrificio: farsi accarezzare, dalla mano del moribondo opportunamente indirizzata  dai parenti in lacrime, una ben individuata parte del corpo in modo da … “riportare in vita” il moribondo.

Non doveva funzionare molto. E dunque, appena esalato l’ultimo respiro, si passava ad aprire immediatamente la finestra della camera affinché l’anima – separata dal corpo -non trovasse neppure il fragile ostacolo del vetro per salire in alto. Lassù.

Non è bello?

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Published in: on 27 novembre 2011 at 09:22  Lascia un commento  
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Habemus papam ?

La storia è nota. Muore un papa e in Conclave se ne elegge un altro. Ma al fatidico momento dell’habemus papam, si sente un urlo: l’appena eletto non se la sente. Non per problemi di fede, ma perchè non si sente adeguato. Avverte tutto il peso (in effetti tremendo) delle responsabilità derivanti dal fatto di “dover” fare il Papa. E, alla fine di un certo percorso, rinuncia. “Sento di dover essere guidato, non di guidare”, dice alla folla di fedeli in una piazza San Pietro ammutolita.

Nel mezzo, trattandosi di un film diretto da Nanni Moretti, aspetti che possono piacere o meno (a me sono piaciuti. Ci ho visto il migliore Fellini, ma anche Pirandello oltre a Cechov). Compreso il torneo di pallavolo fra i cardinali di tutto il mondo, divisi in squadre con gli italiani che si sentirebbero i migliori.

Delizioso il botta-risposta con il cardinale che chiede di poter giocare “a palla prigioniera” con lo psicoanalista Moretti che gli risponde un “a palla prigioniera non si gioca più da 50 anni, eminenza”.

Nel mezzo c’è anche (certo l’aspetto più bello del film) la “fuga” in una città che rimanda le mille storie ordinarie di vita quotidiana, con un Papa che riesce a immergersi nella vita reale lasciando un “fantoccio” nel suo appartamento a fare una “vita da papa”.

Film che si presta per belle riflessioni sul senso del potere (partendo dal potere nella Chiesa, ma allargandosi a ogni forma di “potere” di una persona sulle altre) e sulla responsabilità davanti al potere.

Chissà perchè, ma io mi aspettavo un finale più problematico, una conclusione che potesse restare aperta. Invece la risposta del cardinale interpretato magnificamente da Michel Piccoli è la rinuncia. Non sono all’altezza, non sono degno, non me la sento.Davvero un bel film. E grazie, Nanni Moretti.

Published in: on 17 aprile 2011 at 07:50  Comments (3)  
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